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Questo è un sito per gli amanti della lettura. Della lettura inedita, soprattutto. Non sono famoso: solo di recente ho pubblicato qualcosa su carta e sono quindi ben poche le recensioni su di me. Ho però deciso di creare questo blog per lasciare aperte fessure alle persone che hanno  con me rapporti di amicizia. Anche perché ero stufo di mandare per e-mail file di Word…

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Fotogrammi rovesciati di una coscienza nascosta” è la semplice raccolta di tutto ciò che ho deciso di affidare alla capace memoria del mio hard disk. In oltre 300 pagine si può spaziare dalle poesie ai racconti di vita quotidiana, come pure sbirciare tra incubi, visioni e racconti che poco hanno a che vedere con la logica e la ragione. Tre favole, un romanzetto breve, alcuni saggi e una sequenza di istantanee di vita completano il tutto. Credo ce ne sia un po’ per tutti i gusti; anche perchè i miei, di gusti, sono abbastanza sfaccettati e complessi.

Contenuti:

Ciò che gli altri chiamano poesie” è una raccolta di parole che, più che somigliare a delle poesie, non somigliano a brani di prosa. Sono solo momenti catturati, sensazioni che non potevano essere diluite in brani troppo estesi. Momenti che dovevano essere stilizzati in sequenze concentrate di parole, a comporre, come uno schizzo su tela, l’astrazione, il simbolo, l’essenza delle emozioni stesse. Chiamare tutto questo “poesia” mi sembrava un po’ presuntuoso. Il nome della categoria, ridotto poi solo a “Poesie” deriva solo dall’esigenza di ridurre il menù a tendina in Home Page, pensate un po’…

Diversi racconti brevi sintetizzano ricordi: di viaggi, eventi, amori, per preservare i quali la memoria è stata schiaffeggiata in modo preventivo, affinché non si azzardasse a perdere neanche una delle mille fragranze (o spilli) penetratemi nel cuore in quei momenti. Per la lettura del brano “Hiroshima” consiglio di concentrarti prima sul significato della parola reviviscenza e del potere evocativo.

Quando gli occhi sono chiusi, l’anima si apre all’Universo e inizia a viaggiare senza passaporto, tra le diverse dimensioni dell’inspiegabile.  “Incubi e astrazioni” è una raccolta di strappi alla realtà in cui la mente si è estraniata dal corpo, la ragione si è estraniata dalla mente e l’anima si è estraniata dalla ragione, in viaggi durati secondi o forse eoni. Ciò che ha compiuto questi viaggi ha toccato tasti inesplorati della mia memoria genetica, soffocata per anni dai neuroni di uomo di logica e scienza, per liberare bimbi, combattere mostri, esaltare ricordi.

Favola di un narratore inesistente (Senza Nome)” è una favola per ogni età. Questo perché in nessuna delle nostre molte età ci possiamo dimenticare quanto ci sia di infantile in un vecchio e quanta saggezza possa avere in sè un bambino. Ambientata nelle Indie Coloniali, racconta il sogno di libertà di un bimbo e dei suoi meravigliosi cavalli. Il narratore non esiste perché non è ancora nato (o rinato) e gode di quella sospensione dalla materia grazie alla quale riesce ad essere ovunque e da nessuna parte allo stesso tempo.

Il compagno silenzioso” è in parte favola. In parte no. Non serve essere Rotweiler per venire trattati come Lothar…

Il leone e lo pseudo-esopo” m’è venuto così.. in un momento di euforia.

Il dono” narra di storie sulle quali ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è sicuramente soffermato a sognare. Durante il racconto, il lettore s’imbatte nei bivi, negli intrecci, nelle matasse che il destino si diverte a buttarci frai i piedi in gran copia…. A volte nascondendovi all’interno regali preziosi, camuffandoli in modo che solo i più meritevoli possano riconoscerli e goderne.

Humour” è il capitolo riempito nei momenti di stacco dei fusibili dal cervello. Quando la voglia di ridere superava ogni altra. E’ conviviale, senza pretese, come il resto dei miei brani.

L’amore, l’erotismo. Entrambi animano e arricchiscono l’umana esistenza. A volta senza il bisogno di convivere tra loro. Monca sarebbe stata perciò questa raccolta se non vi fosse stata anche la serie erotika” . In essa troverete diversi brani, tutti protetti da password (da richiedersi via mail – dichiarandosi maggiorenni – a donatello.sandroni@gmail.com):

Il corpo“: chiudete gli occhi e immaginate. Il corpo della persona che avete sempre desiderato è in vostro potere. Ignaro. Cosa può succedere se..

Il profumo del buio“. Il sesso vissuto secondo tutti i 5 sensi. Meno uno.

La scacchiera” è un romanzetto breve. Breve quanto la morale che se ne può trarre alla fine della sua lettura. Un romanzetto ove non vi sono né buoni né cattivi; né vittime né carnefici. Solo esseri umani con le proprie forze e debolezze, legati a quella carne che ci obbliga spesso a svilire la nostra anima in cambio di un momento di felicità.

La Pelle verde” racconta con disilluso distacco, con rassegnata accettazione, una storia di avvilimento, di abbrutimento morale, ambientata nel mondo della prostituzione maschile. Sesso più che erotismo quindi. Oppure erotismo ubriaco di sesso, di denaro e ambizione; corrotto dalla cinica illusione di prendere, usando il potere della ricchezza, ciò che non ci verrebbe mai dato dal potere dell’amore.

Senza esclusione di colpi”, “Ore 18:00 – Sig.ra Ricci, visita di controllo” e “L’amico trasparente” sono della stessa serie, ma il rosso è molto più acceso. Chi non ama questo genere, chi si senta disturbato da racconti intrisi di erotismo e di sesso off-limits, meglio che salti questa sezione…

Conclude la raccolta “Schegge di memoria”: è una sequenza di lampi di memoria o di fantasia. O di memorie di fantasie vissute. Brevi frasi, scollegate fra loro, come fotografie in un album, dove le immagini sono sostituite dalle emozioni che hanno attraversato le mie sinapsi per impressionarle indelebilmente, all’insaputa della mia coscienza.

Da qualsiasi punto tu decida quindi di partire, sappi che giungerai comunque alla medesima conclusione. Sempre che ve ne sia una che valga la pena essere trovata….

Disclaimer:

Ovviamente, ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale, essendo i brani caricati su questo blog opere di pura fantasia… 😉

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oscar-gianninoCrisi, debito, inciuci, corruzione politica e morale, sperequazioni sociali, malaffare e clientelarismi. Poi arriva “Fare – Fermare il declino”, un Movimento ancora acerbo che in questa fase ha forse bisogno più di altri di plasmarsi su paradigmi differenti rispetto a quelli attualmente circolanti in Italia. Di seguito, un modesto contributo da chi ancora spera che razionalità, obiettività, etica e onestà intellettuale siano gli unici veri strumenti per cambiare il mondo. Perché solo una visione olistica dei problemi può assicurare risultati concreti nel processo di recupero del Belpaese

Caro Oscar,
mi sono appena iscritto, contribuendo anche economicamente, a “Fare – Fermare il declino“.
Ho preso questa decisione dopo aver trovato nel libro di Luigi Zingales, “Manifesto capitalista”, solide conferme alle Tue posizioni da tempo espresse in materia di economia e non solo. Ho letto il libro di Luigi come fosse stato scritto da un amico, forse perché ho 49 anni, uno solo più di lui, e la comunanza di pensiero e di alcune esperienze si è rivelata pressoché totale.
Così, la molla è scattata e per la prima volta in vita mia mi sono avvicinato a un movimento politico.
Oltre al quasi mezzo secolo di vita, ho anche una laurea in agraria e un dottorato in ecotossicologia. Ho vissuto diversi stadi della carriera professionale, passando da precario sottopagato all’università a manager di multinazionale, senza trascurare esperienze in piccole e vispe aziende italiane. Oggi sono un libero professionista, giornalista, socio di una pugnace casa editrice e consulente privato in tema di comunicazione per diverse aziende del settore agrochimico. L’identificazione nei pilastri fondanti del Movimento è pertanto profonda.
Come primo passo di avvicinamento, lunedì 7 gennaio ho partecipato alla cena di presentazione del Movimento tenutasi a Basiglio.
Ho osservato, ascoltato e, soprattutto, ho pensato.
Premetto che concordo con il 95 per cento di quanto esposto quella sera e che apprezzo l’ardore e la competenza con cui i fondatori si stanno muovendo nel tentativo di apportare un modo finalmente diverso di gestire la Nazione. Ho ravvisato però alcune criticità che a mio parere sarebbero da risolvere, come pure dei margini di miglioramento nel modo di porsi agli Italiani per rendere più incisiva l’azione e ampio il consenso.
Mi scuso fin d’ora per la lunghezza della lettera, divisa almeno per punti tematici. Ma penso che sia meglio dire una volta sola, e in modo chiaro, ciò che si pensa piuttosto che adottare lo stile comunicativo sincopato alla Twitter che purtroppo oggi impera.

Paragrafi tematici:

  1. Più parole adatte ai giovani
  2. Fare: un Movimento non per pochi, ma per tutti
  3. Attenzione e selezione
  4. Stato ladro e politici cialtroni
  5. Obiettività fiscale: desiderio dei più
  6. Obiettività sugli imprenditori: l’evasione fiscale è male
  7. Obiettività sulla percezione di “Stato”
  8. Non solo economia
  9. Conclusioni

1) Più parole adatte ai giovani

La prima osservazione è che fra i partecipanti alla serata di Basiglio vi era una presenza di giovani tendente asintoticamente a zero. Il più giovane, candidato alla Camera, aveva 34 anni e oltre a lui ne ho potuto contare solo un altro. A meno di sviste, ovviamente. Su questo primo punto ci si deve già interrogare. Forse è il caso di usare un linguaggio e un approccio che possa essere capito anche dai giovani. Perché non basta dire che il Movimento pensa a loro: questo lo fanno tutti. Bisogna invece spiegare ai giovani, con parole diverse e una comunicazione diversa, perché il Movimento potrà fare del bene anche per loro. In altre parole, parlare dei giovani è cosa ben diversa che parlare ai giovani.
Durante la serata ho infatti realizzato che un uomo come me, 50enne, laureato, giornalista, uomo di marketing e per nulla digiuno in materia economica e politica, doveva stare concentrato su cosa diceva Giannino. Perché se mi fossi distratto un attimo nel momento sbagliato, con tutti quei numeri e termini tecnici, sarebbe stato facile perdere il filo e con esso parte del senso del discorso. Mi chiedo quindi in quanti centesimi di secondo ci si perderebbe una platea di giovani: inesperti, emotivi, animati e animabili più con ideali che con tendenze economiche, cunei fiscali e spread.
E i giovani non solo votano, bensì rappresentano il futuro stesso del movimento.

2) Fare: un Movimento non per pochi, ma per tutti

Seconda impressione. All’inizio della serata un paio di candidate hanno preso la parola per presentarsi, ma a parte i condivisibili intenti espressi ho anche percepito nelle loro parole quasi una richiesta di scuse e di comprensione per il fatto di non essere imprenditrici, bensì lavoratrici dipendenti. Note lievi nella voce, piccole esitazioni nel fare la puntualizzazione. Una manifestazione sottile di condizionamento psicologico, dovuto forse alla consapevolezza di rivolgersi a una platea fondamentalmente composta da imprenditori. E fra questi ultimi e i dipendenti vi è da sempre un rapporto conflittuale che sarebbe bene venisse dipanato. Questo a patto di volere che il Movimento sia una realtà in cui tutti, anche i lavoratori non autonomi, si possano riconoscere.
Mi sono quindi posto la seguente domanda: non sarà forse che l’imprinting comunicativo che il Movimento si è dato sia troppo sbilanciato verso la piccola e media imprenditoria, facendo sentire a disagio, o addirittura estraneo, chi a questa categoria non appartiene?
Non sono certo della risposta, eppure questo è ciò che ho percepito. E una percezione a volte può valere più di una certezza quando si sia fatta strada in milioni di persone.

3) Attenzione e selezione

Durante la cena ho avuto l’opportunità di conversare soprattutto con un paio di commensali.
Ex imprenditori, attualmente cercatori d’oro in Ghana, hanno criticato per tutta la sera il sistema Italia, Paese nel quale – pensa un po’ te–  non si possono aprire cave lungo il parco del Ticino. Cosa che invece è possibile fare in Ghana, come dimostrato dal filmato orgogliosamente mostrato sul cellulare. Un filmato dove si poteva “ammirare” una miniera a cielo aperto di estrazione e setacciatura dei materiali auriferi. Uno spettacolo agghiacciante, sia dal punto di vista umano, sia in ottica ambientale, ma del quale i due soggetti andavano particolarmente orgogliosi. Perché lì si che si può lavorare, mica qui in Italia dove ci sono perfino – ripensa un po’ te – delle regole a tutela delle persone e dell’ambiente.
La coppia di Flic e Floc che malauguratamente mi sono trovato davanti mi ha fatto interrogare quindi sulla tipologia di personaggi che si sta avvicinando al Movimento. E anche in questo caso non è che le prime conclusioni siano state entusiastiche.
A parte Flic e Floc e la miniera in Ghana, anche l’atmosfera che si respirava in sala, con le sottolineature un po’ da stadio che hanno fatto da interpunzione al Tuo intervento, ha sollecitato tre ulteriori considerazioni, tenute rigorosamente nella mia testa, come mi ero ripromesso di fare prima di entrare nel “Clubino”.

1) Stato ladro, guidato da politici cialtroni.
2) Basta tasse che strangolano il comparto produttivo.
3) Imprenditori eroi che resistono nonostante tutto.

Una terna di punteruoli, questa, che ha scavato nella mia attenzione  alcune gallerie nelle quali altri pensieri si sono poi intrufolati.
Pur conoscendo bene e condividendo i pilastri che hanno contribuito alla formazione dei tre punteruoli, credo che la vittima della serata sia stata fondamentalmente l’ampiezza dell’approccio.

4) Stato ladro e politici cialtroni

Non vedo molte puntualizzazioni da fare. È sostanzialmente vero. Unica sollecitazione: non cadere nel populismo e nella demagogia. In questi campi ci sono ben altri movimenti che hanno affinato nel tempo suddette tecniche e, come si sostiene avrebbe detto Oscar, ma questa volta Wilde, “Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza“.

5) Obiettività fiscale: desiderio dei più

Ricordiamoci innanzitutto che dei quasi 50 milioni di elettori italiani la maggioranza o non lavora, oppure ha uno stipendio fisso con il quale non c’è molto da ballare. La gran parte di questi ultimi, poi, lavora proprio per imprenditori piccoli e medio-piccoli.
Fra loro lo stereotipo dell’imprenditore che si lamenta si lamenta, ma poi si compra il Suv è ampiamente diffuso. Come pure quello dell’equazione “lavoratore autonomo = evasore“.
La retata di Cortina ha poi lanciato ai disonori della cronaca soggetti con macchine di lusso, ma con dichiarazioni al fisco da operai tessili. E quelli non evadono certo per far sopravvivere la propria “fabrichèta”. E chi lavora per loro lo sa. Perfettamente. E non vuole sentirsi prendere in giro.

Ho imparato che quando si esprime un’idea, anche la più oggettivamene corretta, ci si deve ricordare che chi ascolta potrebbe avere un’inclinazione tuttaltro che benevola verso chi parla.
In tal caso vi è una certa dose di pregiudizio e di prevenzione che fa alzare barriere che impediscono alla comunicazione di arrivare a bersaglio. Per questo a volte è bene lavorare prima per abbassare quelle barriere e solo poi per spedire il messaggio.
Quando si parla di diminuire le tasse agli imprenditori, molti lavoratori dipendenti, pensionati, casalinghe e disoccupati decodificano banalmente il messaggio in “… ecco, vogliono evadere e guadagnare ancora di più!“. Ciò va accuratamente evitato.
Come? Parlando obiettivamente.
Il cuneo fiscale in Italia è vero che è elevato, ma in Germania e in Belgio lo è anche di più e molta gente ormai lo sa. Semmai, è la pressione di tasse sugli utili delle loro imprese che è molto minore. E questo è sicuramente meno noto. Però resta il fatto che se un imprenditore italiano paga un operaio 2.200 € lordi, il suo omologo tedesco lo paga quasi il doppio. E anche questo ormai la gente lo sa.
Eppure all’imprenditore tedesco viene difficilmente la voglia di investire in Italia e aprirvi un’azienda. Forse perché in Germania funziona tutto a regola d’arte: le infrastrutture e i servizi ci sono, il 10 del mese arriva l’eventuale rimborso Iva, i sindacati si siedono al fianco della proprietà in caso di crisi e studiano insieme ad essa le strategie migliori per salvaguardare l’impresa. Cioè si realizzano tutte quelle condizioni per le quali fare impresa diventa possibile, pur nel pieno rispetto delle regole.
E poi, come disse se non sbaglio Polillo, “Gli operai tedeschi lavorano…“. Ecco, questo magari la gente non lo sa o fa finta di non saperlo e quando se lo sente dire s’arrabbia.

Case history: Basf, colosso della chimica numero uno al mondo, voleva aprire laboratori di ricerca a Cesano Maderno, in Provincia di Milano. Peccato che sia inciampata in otto differenti enti pubblici i rapporti coi quali si sono presto rivelati caotici, dilatati quanto a tempi di risposta e contraddittori in termini di indicazioni su come comportarsi. Erwin Rahue, AD di Basf Italia, mi disse che non lo disturbava tanto che vi fossero otto diversi enti, ma che fra di loro non vi fosse comunicazione e che l’iter burocratico fosse praticamente un infinito terno al Lotto.
L’AD concluse che Basf, almeno, non aveva dovuto chiedere finanziamenti per iniziare i lavori di ristrutturazione degli stabili. Grazie alla grande liquidità poteva permettersi infatti di pagare tutto senza indebitarsi. Dopo quasi due anni, però, quei locali non potevano ancora produrre.
Rahue giunse quindi alla conclusione che un’impresa medio-piccola avrebbe dovuto ricorrere al credito e grazie all’impossibilità di lavorare sarebbe fallita. In questo caso, nessun alleggerimento del cuneo fiscale o della tassazione d’impresa l’avrebbe salvata: sarebbe stata strangolata da un debito che non poteva pagare perché impossibilitata a lavorare dall’immobilismo di uno Stato borbonico quanto a burocrazia e a culi di piombo. Uno Stato sempre più disinteressato alle vicende e ai problemi di aziende verso le quali la macchina pubblica guarda troppo spesso come a interlocutori terzi. “Estranei” del cui destino non importa ad alcuno degli impiegati a stipendio garantito che dovrebbe erogargli servizi, controlli e permessi.
È un vero peccato che questi “lavoratori” a stipendio statale dimentichino che i bonifici che arrivano sui loro conti correnti siano composti dai soldi versati come tasse proprio da quelle aziende alle quali si disinteressano.
Non vi è quindi da stupirsi che molte aziende italiane abbiano delocalizzato in Polonia, Serbia, Romania o anche più in là.

Conclusioni: il limite non è tanto il valore assoluto della tassazione, bensì la contropartita che gli imprenditori italiani ricevono in cambio delle tasse che pagano.
Se pago per una Lamborghini pretendo una Lamborghini e non accetto un’Audi 8. E se pago per un’Audi 8 non accetto di ricevere una Panda.
In Svezia la pressione fiscale non è certo inferiore alla nostra, ma là funziona tutto con livelli di efficienza molto superiori. In altre parole, chi sborsa per una Lamborghini riceve una Lamborghini e chi sborsa per un’Audi riceve in cambio un’Audi.
Invece di tuonare per lo più contro un fisco ladro ed estorsore (e lo è), credo quindi sarebbe più comunemente condivisibile dal popolo italiano tutto sentire tuonare, più obiettivamente e razionalmente, contro il pessimo rapporto che esiste in Italia fra ciò che viene chiesto dallo Stato e ciò che viene da esso realizzato in termine di servizi, strutture e welfare.
A mio modesto sentire, le aziende italiane dovrebbero essere quindi rilanciate dando loro di più, prima ancora che chiedendo loro di meno. Mentre sul primo approccio sarebbero in molti elettori a concordare, sul secondo invece sarebbero molti a fischiare. Con molte ragioni, direi.
L’impressione strisciante che invece ho ricevuto dalla platea di Basiglio è che i presenti fossero egoisticamente interessati per lo più all’ottenimento di aliquote fiscali inferiori alle attuali, punto e basta. Ciò non è cosa buona, perché manca di obiettività e di visione complessiva del problema.
Credo quindi che nell’approccio comunicativo di tale criticità si debba tenere conto in futuro.

6) Obiettività sugli imprenditori: l’evasione fiscale è male

È vero, c’è chi si è suicidato perché costretto a chiudere l’azienda e a licenziare perfino il figlio. E tutto ciò nonostante avesse un credito verso lo Stato di circa 250 mila euro. Vergognoso, in effetti. Quindi hai ragione a dire che gli imprenditori sono degli eroi. Ma, siamo sicuri lo siano tutti? La maggior parte degli Italiani insorgerebbe udendo questa affermazione, perché lavora proprio per piccoli imprenditori e ne conosce bene anche i limiti, i difetti e perfino certe malefatte. La loro “beatificazione” sarebbe quindi colta come una presa in giro bella e buona.

Personalmente pago le tasse fino all’ultimo euro e non faccio un solo centesimo di “nero”. Sono corretto come libero professionista quanto lo ero da ciclista, quando mi confrontavo (talvolta vincendo) con avversari scorretti che ricorrevano al doping falsando i risultati. La correttezza che mi caratterizzava allora come atleta mi caratterizza oggi come professionista/imprenditore: chi viola le regole deve pagare. Semmai, se le regole non sono eque, si cambiano le regole perché siano più funzionali e corrette. In questo modo il cambio va a giovamento di tutti e non solo dei soliti furbi. Perché c’è un detto che ho coniato per definire la furbizia dei singoli: “La sommatoria delle furbizie individuali si trasforma sempre in stupidità collettiva“.

Ancora una volta credo quindi che la risposta debba essere trovata nell’obiettività e nell’imparzialità, evitando di perdere credibilità con l’assunzione di posizioni emotivamente influenzate da vicinanze e simpatie.
E Te lo dice un libero professionista socio di una casa editrice, non un operaio di Pomigliano.
Il Movimento credo sia quindi meglio diventi spada e scudo della piccola e media imprenditoria e della libera professione onesta, prendendo saggiamente e correttamente le distanze da quei personaggi di basso profilo che hanno fatto della ricerca spregiudicata del lucro l’unica missione nella vita.
Durante il mio percorso professionale ho infatti anche incontrato soggetti che mi dicevano (pesante accento veneto alla Natalino Balasso) “Sandroni, quando c’era Berlusconi si poteva evadere bene, ora con Prodi e Visco la cosa è diventata difficile. E oggi cosa cazzo ci fai con meno di 10 mila euro al mese?“. Ero in rappresentanza di un’azienda, quindi non potei rispondere come avrei voluto. E cioè che con 10 mila euro al mese nel 2005 ci si mantenevano almeno cinque famiglie di operai con figli (brutto stronzo).
E di esempi come questo ne ho collezionati un’infinità, perché in certe persone evadere il fisco è motivo di orgoglio anziché di imbarazzo. Perché mentre in Usa o in Germania chi evade le tasse almeno si perita di fare di tutto per nasconderlo, nel nostro marcio Paese fare il furbo e sottrarsi ai doveri comuni è motivo di vanto. Pari almeno a quello con il quale un dipendente pubblico sfotte quello privato perché questo deve lavorare, mentre invece lui non fa una cippa da mane a sera.
Manca quindi da più parti un sufficiente senso di equità.
Sarebbe quindi molto produttivo in termini elettorali se dalla dirigenza del Movimento trasparisse chiaramente una tangibile e misurabile attenzione intellettuale che portasse a concludere che come vi è molto da lavorare su fisco, sindacati e contratti di lavoro, vi è almeno altrettanto da lavorare su un’imprenditoria che troppo spesso è infiltrata da bassezze culturali, professionali e umane.
Perché comprarsi il Suv grazie all’evasione fiscale, eludendo i controlli ambientali e facendo lavorare i dipendenti in condizioni malsane, non può e non deve essere considerato “parte sana del Paese“. Bensì uno dei mali. E a platee come quella di Basiglio ciò va detto chiaro.
Il concetto di meritocrazia nel rispetto delle regole si deve cioè fare maggiormente largo anche fra gli imprenditori. Con buona pace dei vari Flic e Floc, soggetti da lasciare serenamente emigrare in Ghana, perché qui in Italia non li rimpiangerà nessuno.
Se invece manca fin dall’inizio un’azione moralizzatrice di tutti, imprenditori inclusi, il Movimento rischia di essere percepito solo una lobby per piccoli e medi evasori. E neanche questo è bello, né dal punto di vista umano, né dal punto di vista elettorale.

7) Obiettività sulla percezione di “Stato”

Su Facebook ho letto un post del Movimento circa un Tuo intervento sulla vendita del patrimonio immobiliare italiano per ripianare i debito pubblico.
Pur concordando con la sostanza della proposta, ciò che però ho trovato avvilente è stato leggere in quel post che “noi” e lo “Stato” siamo definiti come cose diverse. Lo Stato deve colmare il debito pubblico e non “noi”. Come se “noi” non fossimo lo Stato.
La dismissione delle proprietà immobiliari, a patto di cederle a prezzi equi e non di svenderle come fa un tossicodipendente in crisi di astinenza, trovo anch’io che sia una strada auspicabile. Una strada grazie alla quale si ricaverebbero risorse utili a rilanciare l’economia e a dare fiato a un popolo che attualmente pare un po’ asfittico.
Però vorrei ricordare anche, visto che forse questo aspetto non traspare in modo chiaro, che la vendita degli immobili dello Stato è evento di per sé molto triste, paragonabile alla vendita a un “Compro Oro” dei gioielli di famiglia per poter pagare le bollette di casa.
Quei mattoni dello Stato sono anche miei, in quanto cittadino dello Stato italiano. Qualche mattone del Colosseo è anche mio, come pure del Quirinale. Venderli per raddrizzare il debito è una dolorosa necessità. Niente più di questo. Realizzare invece che nel post inserito dal Movimento si esaltava uno scollamento contrappositivo fra popolo italiano e Stato, confesso, non mi è piaciuto. L’ho trovato rozzo, adatto a un’adunanza leghista a Ponte di Legno più che a un movimento innovativo e di spessore culturale quale “Fare – Fermare il declino” si propone.
In altre parole, avrei preferito leggere parole più equilibrate e meno forcaiole. Forse perché ho del Movimento un’idea molto positiva anche circa lo stile, il tenore professionale e, soprattutto, lo spessore culturale e umano. E chi si dimentica che lo Stato è anche lui stesso,  non si rende forse conto di che bestialità stia dicendo e trasmettendo a chi ascolta.

8) Non solo economia

Un movimento politico non può limitarsi solo ai temi fiscali, allo spread, al debito pubblico e alle proposte di risanamento economico. Come pure non basta pubblicare su internet fitte pagine di intenti e di numeri. Se il Movimento vuole radicare a livello popolare diffuso deve anche trasferire agli elettori testimonianze dirette e capillari di attenzione anche per altri temi, oltre che per quello dell’economia.
Come disse Nanni Moretti: “Per favore! Di’ qualcosa di sinistra!“. Io non sono di sinistra, ma dico lo stesso al Movimento: “Di’ qualcosa sull’agricoltura! Di’ qualcosa sull’ambiente! Di’ qualcosa sul mondo del volontariato! Di’ qualcosa sul turismo! Di’ qualcosa sull’istruzione! Di’ qualcosa dei dimenticati! Di’ qualcosa sulla Sanità! Di’ qualcosa chiaramente contro l’evasione fiscale“.
Un oratore come Te, con l’eloquio e il carisma mediatico che Ti contraddistinguono, non credo faccia fatica a porre l’accento anche su questi temi specifici. Mi chiedo però se all’interno del Movimento siano rappresentate in modo sufficiente ed equilibrato numericamente le diverse competenze necessarie a discorrere dei temi su citati.
Questo però lo puoi sapere solo Tu. Come pure puoi sapere come fare a colmare le eventuali lacune in termini specialistici e culturali.

9) Conclusioni

Concludo quindi la mia lunga missiva con una semplice considerazione che tutto riassume: se non si adotta una visione olistica dei problemi, come pure se non si lavora a 360° sulle differenti componenti del mondo economico e della società in generale, il Movimento e le sue istanze rischiano fortemente di non arrivare da alcuna parte.
E di cespuglietti insignificanti nel panorama politico italiano ce n’è già abbastanza per desiderare di aggiungerne altri.

I miei migliori auguri per una produttiva campagna elettore.

Donatello

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Evasione fiscale e lavoro nero, sperequazioni nelle tassazioni, privilegi per banche e altri soggetti a basso livello di simpatia popolare. Ma anche una spesa pubblica dissennata, fatta di malaffare politico-mafioso e di appalti gonfiati. Non mancano nemmeno all’appello un apparato elefantiaco di Enti e dipendenti statali, una fastidiosa zavorra che si chiama assenteismo e un numero di pensionati che fa impallidire il resto d’Europa, per una spesa che sfiora i 260 miliardi di euro. Ecco i molti perché di un Paese sull’orlo del baratro

Le fotografie, per quanto siano fatte da professionisti, danno solo immagini statiche. Non spiegano cioè i perché si è giunti a quello scatto, né cosa succederà dopo averlo effettuato.
Per capire la realtà è quindi preferibile girare un film, mettendo in sequenza i diversi personaggi, analizzandoli poi in chiave temporale.
Oggi l’Italia è con un piede nella fossa, diciamocelo. Non è come qualche anno fa, quando i panni ultra-lerci dei nostri conti pubblici potevamo fingere di lavarceli in casa.
Oggi siamo parte di un’Europa dove comandano Paesi ben più seri e rigorosi del nostro. Dove il lavoro è visto come un dovere di cui sentirsi onorati, l’ordine pubblico un bene prezioso, il rispetto delle regole come la base del benessere generale.
Oggi questi Paesi ci guardano un po’ schifati, come gli Inglesi guardavano i soldati italiani nelle scene finali del film “Mediterraneo” con Diego Abbatantuono. Ci guardano e ci chiedono con severità di piantarla di fare gli Italiani terroni e di diventare in fretta degli Europei come loro, presentabili a una cena tra potenti del Mondo come protagonisti, anziché come i soliti Fantozzi e Filini.
Ma la reazione del popolino resta quella del lamento contro l’ennesimo Governo vampiro. Quella delle lobbies e dei sindacati è l’usuale levata di scudi a difesa dei propri privilegi e quella dei politici resta l’usuale faccia che da oltre 50 anni ricorda le vertebre coccigee dei Macachi.
Veti incrociati e interessi contrapposti bloccano di fatto ogni concreto e profondo cambiamento strutturale e operativo di cui il Paese avrebbe invece disperatamente bisogno.
E’ stato perfino coniato il termine “benaltrismo” per descrivere il vizio dilagante in Italia secondo il quale, ogni volta che ci si accinge a limare un privilegio di qualcuno, il destinatario della riforma se ne esce dicendo che “sono ben altri i problemi” sui quali manovrare. Tradotto: la barca va raddrizzata, ma sempre a spese degli altri.
Intanto la pressione fiscale è ormai giunta al 45% del Pil e ad un imprenditore i propri dipendenti costano il doppio di quello che dà loro in busta paga.

Perché prendere ai poveri e non ai ricchi?

Il tormentone che grava su Monti è che continua a colpire la povera gente. Operai e pensionati. In effetti, vi sono realtà economiche che quasi tutti vedremmo bene cadere nel mirino del governo: banche, squali parassitici della finanza speculativa, assicurazioni e grandi ricconi col macchinone e la villazza nei posti esclusivi. Come pure tutti vorremmo tagli pesanti alla famosa casta politica, da troppo tempo testimone più dell’efficienza delle proprie mascelle da Piraña che di quella di amministratore delle cosa pubblica.
Però, l’analisi dei conti resta impietosa. Le voci di spesa più significative, in Italia, sono la spesa pubblica, gli interessi sul debito e le pensioni. Ecco perché, piaccia o meno, Monti è partito da lì.
Sulla prima voce incidono gli esborsi forsennati per opere pubbliche, spesso di dubbia utilità, pagate 5-6 volte quello che si pagherebbe in Germania o in Francia.
Ovvio: una tangente su 5 milioni di euro è cinque volte superiore alla tangente su un solo milione di euro. Finché il controllore sarà interessato a gonfiare i costi, quindi, come potremo pretendere che il controllato non li gonfi?
Sulla condanna dei rapporti Stato-Mafia siam tutti d’accordo. Poi però ci sono da fare discorsi che piacciono meno: quanto costa ai nostri bilanci il numero spropositato di pensionati e di dipendenti pubblici e relativi stipendi/pensioni? Lasciando al discorso pensioni un paragrafo a sé, perché merita, in Italia abbiamo un numero di dipendenti pubblici che sfiora i 3,5 milioni. In pratica, quasi il 6% degli italiani percepisce uno stipendio pubblico. Dovremmo quindi avere servizi di altissimo livello, invece abbiamo per lo più inefficienza, indolenza e tanti, ma tanti stipendi inutili da pagare. Troppa gente che cioè assorbe punti di Pil, senza produrne alcuno.

L’annoso tema delle pensioni

Infine le pensioni: argomento scottante insieme a quello del lavoro, pubblico e non, a cui sono strettamente correlate.
Sulle stime fatte nel 2010, sull’Italia grava una spesa pensionistica di quasi 260 miliardi di euro. Una cifra che sfiora il 17% del nostro Pil. Più del doppio del totale dell’evasione fiscale stimata in Italia. In pratica, per pagare le pensioni se ne va ogni anno l’equivalente di 5-6 manovre “alla Monti”, tanto per intenderci.
Le pensioni di vecchiaia rappresentano il 71% del totale. Ai cosiddetti “superstiti” viene devoluto circa il 15%. Gli invalidi, veri o solo presunti che siano, ne assorbono il 4,5%. Infine le pensioni assistenziali, le quali gravano per poco meno dell’8%. Le varie indennità, tanto vituperate perché spesso molto ricche, rappresentano solo l’1,7% del mare magnum del denaro che va a finire nelle tasche dei circa 17 milioni di pensionati a vario titolo. Tradotto in percentuale sul totale della popolazione, significa che il 28% degli Italiani riceve denaro dallo Stato senza produrre (né aver prodotto in passato, come si vedrà in seguito) il relativo Pil necessario al proprio mantenimento. Insieme ai dipendenti pubblici, che come detto sono quasi 3,5 milioni, si superano quindi i 20 milioni complessivi di assegni statali. In sintesi, un terzo della popolazione italiana riceve soldi dallo Stato.
Se a questi aggiungiamo anche i bambini, i disoccupati e le donne casalinghe, da cui ovviamente non ci si può aspettare che producano ricchezza, pare proprio che a tirare il carretto del Pil ci sia meno della metà degli Italiani. Non deve stupire quindi la voragine economica che si è nel tempo aperta sotto le casse del Paese.

La colpa morì fanciulla, perché nessuno la volle…

Il boom di assunzioni nel comparto pubblico, cioè il boom del vizio di scambiare voti col denaro dello Stato, avvenne durante gli Anni 80. Gli allora governi Craxian-Democristiani crearono perfino leggi che permettevano ai dipendenti pubblici di andare in pensione con soli 15 anni di anzianità. Le famose pensioni Baby. In tal modo, si liberavano nuovi posti di lavoro (utili spesso per altrettanti votatori di scambio). Si faceva contenti tutti: il baby pensionato perché la sua vita diventava presto una vacanza, come pure gioiva il giovane che trovava subito un posto di lavoro. E il disastro venne così varato tra gli applausi di tutti.

E così, oggi i “baby pensionati” sono stimati in circa mezzo milione e costano allo Stato circa 9 miliardi e mezzo di euro all’anno.
Ho conosciuto in palestra una donna di 36 anni, carina e atletica, che mi disse di essere già in pensione. Aveva lavorato per 15 anni al Comune di Milano e aveva approfittato della finestra d’uscita offertale. D’altronde, aveva un marito che guadagnava bene e un figlio di 12 anni da curare. Quindi, anche se i soldi erano un po’ meno di quelli di un part-time, lei scelse di starsene a casa.
Ora quella donna ha 57 anni. In base alle statistiche sulle aspettative di vita, dovremo mantenerla ancora  per altri 25. Quanto ci è costata una persona così? A spanne, avrà versato contributi sufficienti a coprirle meno di cinque anni di pensione. Cioè, a 40 anni (circa-circa) i suoi contributi dati allo Stato erano già belli e finiti. Dai 40 agli 80, per ben 40 anni, la signora ce la dobbiamo mantenere noi. Cioè quelli che si son sentiti dire che i calcoli sulla loro di pensione saranno fatti secondo la logica contributiva e non più su quella retributiva, come pure che per noi la pensione arriverà a ridosso dei 70 anni.
Già: una volta il calcolo della pensione era fatto sugli ultimi anni di stipendio. Ora invece su quanto si è davvero versato allo Stato. Prima, un operaio che aveva iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione a 50, con una busta che conteneva (sempre a spanne) il 70-75% del proprio stipendio finale. Bastavano cioè 35 anni di contributi e si andava in pensione con poco meno di quanto ci dava il datore di lavoro nell’ultimo scorcio della nostra vita professionale.
Poteva durare? No, non poteva. Basta guardare una busta paga per rendersi conto che per ogni mese di pensione quell’operaio aveva dovuto lavorare dai quattro ai cinque mesi per dare allo Stato quella stessa cifra attraverso le trattenute previdenziali. Quindi, dopo 35 anni di versamenti, interessi inclusi, il capitale accumulato poteva bastargli più o meno per 7-8 anni di pensione. Ritirandosi a 50 anni, cioè, dai 57-58 in poi la sua pensione gli è stata pagata dai lavoratori ancora attivi. Quelli come me, tanto per intenderci. Quelli che ora stanno letteralmente mantenendo soggetti i quali, ancora perfettamente in grado di autosostentarsi economicamente per almeno altri 10-12 anni, si sono invece messi anzitempo a riposo andando a gravare sulle generazioni successive.
I lavori usuranti, quelli veri, fanno ovviamente storia a sé e vanno considerati con un particolare occhio di riguardo.
Queste considerazioni sono rivolte ovviamente a quei posti di lavoro impiegatizi tipo “ragionier Fantozzi”, oppure a operai che non facevano altro che assemblare pezzi di televisori o similari, su un bancone di lavoro che tutto sommato richiedeva una fatica dal medio al blando.

Anagrafe infausta

Quasi la metà dei pensionati ha tra 65 e i 79 anni. Uno su cinque ne ha più di 80. Infine, il 30% circa delle pensioni va a chi ha meno di 65 anni. Questo vuol dire che almeno i 2/3 dei pensionati stanno percependo pensioni da molti più anni di quanti potesse permettersi di pagare il traballante bilancio “entrate/uscite” dell’Inps.
Ecco perché chi non vuol proprio capire i motivi del presunto “accanimento” sulle pensioni dimostra solo di esser fuori dal mondo.
Gli ultra 70enni di oggi, che si lamentano perché le loro pensioni sono basse, fanno quindi finta di non sapere che è già tanta manna che le ricevano ancora, quelle pensioni. Per colpa loro, e di chi ha permesso quei ritiri anticipati in panciolle, i loro stessi figli e nipoti saranno condannati ad andare in pensione a 68-70 anni, per giunta con pensioni ben più misere di quelle dei propri genitori e nonni. Loro si che avranno di che lamentarsi, non i pensionati attuali. Per fare andare loro in pensione a 50, coi circa tre quarti del loro stipendio, noi ci dovremo andare a 70, con meno della metà del nostro di stipendio.
Il figlio dodicenne della Baby-pensionata body-builder oggi di anni ne avrà circa 32-33. Magari è un precario in cerca di lavoro e grazie anche a sua madre andrà in pensione fra 40 anni, ricevendo per giunta quattro castagne secche con le quali non riuscirà nemmeno a comprarsi il caffelatte. Quella donna, rimasta precocemente a casa per curare proprio lui, alla fine non si può certo dire che gli abbia fatto un bel regalo.

I responsabili dello sfacelo

I governi Craxian-Democristiani prima citati sono sicuramente i primi ad avere la colpa di questo suicidio economico collettivo. Hanno pasciuto i loro bacini elettorali scaricando il costo su un paio di generazioni dopo. Quelle che tanto  avrebbero votato persone che all’epoca dello scialo portavano ancora i pantaloncini corti.
Ma colpevoli sono anche partiti come l’allora Pci, in teoria all’opposizione. Avrebbe dovuto, almeno lui, tuonare contro la follia di mandare in pensione i dipendenti pubblici con soli 15 anni di anzianità e quelli privati con 35. I conti li potevano fare anche loro. E per me li han fatti. Ma come per i partiti al Governo, avranno ben pensato anche loro che opporsi a una così ghiotta regalia non poteva far altro che demolire il consenso elettorale verso il partito. Me li vedo già gli Italiani: da un lato un Governo che li mette a riposo da ragazzini, dall’altro un’opposizione che cerca di impedirlo. Alle elezioni il Pci avrebbe preso forse il 10% dei voti della tornata precedente. Quindi tutti zitti e buci, come si dice in Toscana.
E i sindacati? Zitti e buci anche loro. Ci mancherebbe altro che i sindacati ponessero veti o sollevassero questioni quando si tratta di mangiare pane a ufo…
Fino a che, ovviamente, qualcuno non ha alzato il dito e non si è ripromesso di correggere questa stortura tutta italiana. Quasi 20 anni fa, infatti, per primo ci provò Lamberto Dini a modificare l’età pensionabile, proponendo un incremento progressivo che ci allineasse nel medio-lungo periodo agli altri Paesi europei. Quelli cioè dove si lavora, come in Germania, fino a 67-68 anni.
Apriti cielo. Tutta la voce che i sindacati e le sinistre avevano risparmiato per oltre 20 anni di Pentapartito, la tirarono fuori in quell’occasione. Perché ogni volta che c’è un privilegio, o una stortura palesemente suicida da correggere, per Cgil (in primis) e per gli altri sindacati in genere è come suonare la tromba della carica nelle orecchie di un cavallo da guerra.
Barricate, scioperi, manifestazioni, veti, opposizioni in Parlamento. Tutto quello che potevano fare per impedire che Dini raddrizzasse la baracca pensionistica italiana, fu fatto. Già allora vigeva infatti il “benaltrismo“, semplicemente non era ancora stata coniata la parola. L’importante era quindi difendere ciecamente i privilegi acquisiti. Ai costi di quella follia ci avrebbe dovuto pensare qualcun altro, come al solito.
Stessa solfa con tutti i governi che ci provarono negli anni successivi. Fino a oggi. Ora però la barca a galla non ci sta più. Che piaccia o non piaccia, ci si deve allineare a quelle “barche” europee che sono state evidentemente gestite da “capitani” ben più seri, preparati e lungimiranti dei nostri. Perché i “nostri”, di “capitani”, si sono dimostrati paragonabili per serietà e capacità più al Capitan Schettino che ai politici d’Oltralpe.
Se alle pensioni avessimo messo mano con Dini, oggi le cose sarebbero molto meno drammatiche. Non ci sarebbero per esempio gli Esodati, come pure potremmo tutti andare in pensione 4-5 anni prima di quello che adesso è divenuto il traguardo da raggiungere. E magari anche con una cifra un po’ più decente.
Come al solito, rimandare la cura può solo aggravarla e renderla più massiccia e devastante quando ci si decida finalmente a curarsi.

Come andrà a finire…?

A patto di darci tutti una regolata, Governo, opposizioni, sindacati e popolo, per andare in pari ci vorranno anni. Molti anni. Bisognerà infatti aspettare che passino al Mondo dei Più quella dozzina di milioni di pensionati che ancora oggi godono del precedente sistema previdenziale retributivo. E solo per questo ci vorranno almeno altri 15-20 anni.
Nel frattempo, i loro figli e i loro nipoti si sono visti appioppare un’età pensionabile molto vicina a quella cimiteriale. Sarà poi bene, per giunta, che inizino a risparmiare ogni centesimo dei loro stipendi, perché a loro la busta dell’Inps non basterà per arrivare al 15 del mese e non al 27, come lamentano molti anziani di oggi.
Certo, il vecchiolino che rufola nei cassonetti in cerca di un avanzo di verdura, fa pena. Umanamente fa pena. Economicamente, fatte le debite distinzioni fra i poveracci senza colpa e quelli che invece una colpa ce l’hanno, la pena me la fanno molto di più quelli che oggi sono dei 30enni o dei 40enni, perché fra 30-40 anni saranno ridotti molto peggio dei vecchi attuali.
Ecco perché più che scusarci noi con gli anziani di oggi, per le ristrettezze in cui versano, dovrebbero scusarsi loro per quelle molto peggiori in cui faranno versare noi.
Se poi magari i ricchi evasori pagassero le tasse, se i politici la smettessero di sbranare soldi pubblici con sfarzi da corte faraoinica, se la mafia fosse impedita nell’abboffarsi di appalti dai costi gonfiati, se i fannulloni e gli imboscati iniziassero a guadagnarsi lo stipendio, se i truffatori di pensioni d’invalidità fasulle venissero stroncati, dicevo.. magari si riuscirebbe a diventare un Paese civile anche noi.
E coi conti in pari.

Nuvole e respiri

Nubi libere e leggere corrono veloci. Cangianti forme di candido stupore, per quel respiro che intride il cielo e si mescola al vento. Fruscii di gomme e asfalto graffiano il silenzio di complici boschi, del cui profumo si nutre il battito di un cuore felice…

Castell’Arquato – Pontremoli – Castell’Arquato: duecento chilometri che attraversano la cima di sei colli, posti in successione per circa 85 chilometri di salita e 4 mila e 200 metri di escursione. Una prova adatta solo a chi ama l’endurance e non teme di alzarsi presto la mattina

Se invece di trovarci sull’Appennino  piacentino-parmense fossimo sui Pirenei, sarebbe un “tappone” di quelli che decidono un Tour de France. Un percorso senza compromessi, lungo 200 chilometri e spiccioli di cui circa 85 sono di salita, ripartiti in tre differenti passi da ripetere ciascuno due volte. Un’andata-ritorno che obbliga a fare i conti anche con il caldo, con la capacità del fisico di recuperare e reintegrare energie, liquidi e sali minerali spesi.

L’escursione sfiora infatti i 4mila e 200 metri ed è degna di tutto rispetto, anche se le quote raggiunte si aggirano intorno ai mille metri sul livello del mare. Il problema è che si parte da poco sopra i 200, quindi i metri da scalare sono comunque tanti. L’unico vantaggio rispetto a un Tourmalet o a un Aubisque è che non si soffre della rarefazione dell’ossigeno.

La partenza è a Castell’Arquato, in Provincia di Piacenza. Facilmente raggiungibile in auto anche dall’Autosole vista la vicinanza con Fiorenzuola d’Arda. Un parcheggio molto ampio e alberato offre posti auto comodi e gratuiti.

La strada inizia subito in leggera salita imboccando la direzione per Lugagnano. Alla prima rotonda svolta a sinistra e poi, a una seconda rotondina, svolta ancora a sinistra, in direzione Vernasca (459 mslm). E inizia la prima vera salita. Sono solo 5,2 i km di riscaldamento, ma sono sufficienti se non si vuole fare subito i fenomeni.

Dalla rotondina a Vernasca sono 4,5 km. Parte facile, ma i due chilometri centrali sono abbastanza impegnativi con qualche tornante dalle pendenze tra il 7 e l’8%. Da Vernasca la salita procede poi a gradoni per 11,9 km fino al culmo che segna l’inizio del paese di Bore (832 mslm). Lungo questi 12 km circa si deve affrontare una sequenza di tratti di un chilometro e poco più che alternano pendenze anche superiori all’8% ad altre che rasentano il falsopiano. Vi sono anche punti dove la strada accenna una leggera discesa. Metri preziosi per bere e mangiare.

Dal culmo di Bore fino al fondo del paese vi sono due chilometri di discesa. Servono a riprendere un filo di fiato per affrontare bene l’ultimo tratto di salita per il Passo del Pelizzone (1.050 mslm).

Dopo Bore la strada riprende infatti a salire per sette chilometri circa, sempre con pendenze di varia difficoltà, ma mai durissime. Attenzione al fondo stradale dopo il bivio per Morfasso: diventa brutto e si incontrano anche alcuni brevi punti di sterrato.

Il Passo del Pelizzone è a poco meno di 31 km dal via e a circa 26 dall’imbocco della salita. Di questi, circa 17 sono di salita effettiva. Il Pelizzone fa anche toccare il punto più alto della giornata coi suoi 1.050 mslm.  Attenzione, perché sarà anche l’ultimo oltre a essere stato il primo.

Si punta quindi verso Bardi e i primi 5 km di discesa sono abbastanza tortuosi e con pendenze interessanti da ricordarsi al ritorno, quando le forze saranno ormai contate. Dopo i primi chilometri si incontra un falsopiano di qualche centinaio di metri prima che la discesa riprenda, anche se più dolcemente, fino alla cittadina di Bardi.

Qui, oltre che ammirare lo splendido castello, è consigliata la prima pausa di rifornimento acqua: nella piazzetta al margine della strada vi è una fontanella con acqua freschissima e un comodo cestino per liberarsi delle carte delle barrette e delle crostatine consumate.

Da Bardi la discesa procede ancora dolcemente, al 4-5%, per altri 4 km, fino al ponte sul fiume Ceno. Sono quindi 13 i chilometri che andranno perciò rifatti in salita procedendo in direzione inversa.

Al fiume Ceno (390 mslm) ci si deve preparare per il secondo colle di giornata: il Passo di Santa Donna (1.000 mslm). Questo passo è lungo circa 10 km ed è bene affrontarlo con prudenza. Dopo un paio di saliscendi inizia infatti la salita vera e propria. I primi 5 km sono impegnativi, con pendenze molto irregolari che toccano e a volte superano l’8%. Dopo l’attacco, da prendere quindi con le molle, la strada spiana in località La Pezza, ove attende un’altra fontana dall’acqua freschissima. Una manna per chi avesse già finito le scorte idriche.

Dopo qualche centinaio di metri di recupero, la salita ricomincia a divenire impegnativa, anche se mai proibitiva. Le pendenze variano tra il 4 e il 7% al massimo. In località Pratofemmine (834 mslm) mancano circa due chilometri alla vetta e la strada diventa leggermente più regolare e abbordabile. Il Passo di Santa Donna offre un cippo commemorativo e una vista ammirevole, ma niente fontane. Quindi è bene non arrivarci a secco, perché fino a Borgo Val di Taro di fontane non ce n’è.

La discesa, di 14,5 km circa, è generalmente dolce e facile, tranne che in un paio di tratti posti subito dopo la frazione di Porcigatone. Sono circa 4 km, spezzati da un tratto di falsopiano, che mostrano pendenze interessanti, delle quali sarà bene ricordarsi al ritorno. Da metà discesa in poi la strada è scorrevole e invita a correre, anche se le pendenze non permettono di superare i 55 km/h.

Giunti a Borgo Val di Taro (411 mslm), in corrispondenza di una piazzetta alberata, sulla destra  si trova una fontana che offre acqua fresca e abbondante. Meglio fare il pieno, perché poi la seconda chance sarà nella discesa del Passo del Bratello.

Usciti dal centro del paese e attraversato il ponte sul Taro, si svolta a sinistra e si percorre meno di un chilometro prima di arrivare alla svolta per Pontremoli e per il Passo del Bratello (950 mslm), debitamente segnalata. Dalla svolta il dislivello da coprire è però di circa 600 metri, perché il paese di Borgo Val di Taro è più elevato rispetto all’inizio del Passo.

Sono ormai 70 i chilometri messi nelle gambe e il Bratello potrebbe invitare alla velocità, visto che i primi chilometri sono pedalabilissimi. Se però c’è vento, come spesso capita, i lunghi rettilinei iniziali possono creare debiti che poco dopo potrebbero chiedere di essere pagati. Le pendenze sono inferiori al 4%, ma negli ultimi cinque chilometri tendono a diventare più serie, con punte intorno al 7%. Soprattutto gli ultimi tre obbligano a uno sforzo costante. In vetta non ci sono fontane, come detto, ma c’è un bar-ristorante. Una lattina di qualche bevanda fresca è pur sempre meglio di niente.

I chilometri sono ormai 81 e la discesa per Pontremoli è di circa 19 km. A circa un terzo della discesa, bella, immersa nel bosco e abbastanza tortuosa, si trova una fontana dall’acqua gelata. Obbligatorio rifornirsi, perché finché non si ritornerà a passarvi davanti non ci sono altre fonti di approvvigionamento.

Anche questa discesa è abbastanza irregolare. Parte “allegra” per poi spianare nella porzione centrale. Negli ultimi 5 km le pendenze sono invece ancora interessanti, fra il 7 e l’8%, e farciti di curve. Al termine della picchiata, dopo quasi 19 km, s’imbocca a destra la strada statale che immette in Pontremoli (236 mslm).

Il giro di boa è posto a 100,3 km. Il dietro-front dipende da quanto riscaldamento necessitate per riapprocciare la salita al Bratello.

Il ritorno è inutile descriverlo, visto che avrete avuto modo di vedere la strada con i vostri occhi. Uniche raccomandazioni: mangiate spesso, bevete spesso e non aggredite mai le salite. Sugli ultimi cinque chilometri del Pelizzone potreste pentirvene.

Castell’Arquato – Pontremoli – Castell’Arquato: altimetria

Castell’Arquato – Pontremoli – Castell’Arquato: tabella chilometrica

Le nutrie furono introdotte in Italia quasi un secolo fa come animali da pelliccia. Diffusesi nell’ambiente a partire dagli Anni 60 sono divenute vere e proprie infestanti di canali e capezzagne

Come volevasi dimostrare. Molte delle specie che oggi fanno danni in Italia sono arrivate per scopi commerciali da altri Paesi o Continenti. Le nutrie non fanno eccezione. Questi parenti del castoro furono importati dal Brasile negli Anni 20 per la produzione di quelle pellicce meglio note come “Castorino”. Un nome più adatto agli atelier di moda di quello piuttosto campagnolo di “nutria”. Nei decenni scorsi molte signore si sono quindi ornate il capo o il corpo con scialli, colbacchi e pellicce di nutria, illudendosi magari che fosse un animale di chissà quale nobile schiatta. Difficile in effetti pensare che quegli ingombranti “topoloni” che sguazzano nelle acque melmose di fiumiciattoli e canali di irrigazione siano i “fornitori” di eleganti capi di abbigliamento. Già dagli Anni 60 qualche nutria fuggitiva era stata segnalata al Nord. Chiusi poi gli allevamenti negli Anni 80, a causa del calo della domanda, le nutrie sopravvissute vennero semplicemente liberate nell’ambiente. Ed è proprio grazie alla loro folta pelliccia che sono riuscite ad adattarsi e sopravvivere benissimo negli ambienti padani. Sebbene le nutrie siano diffuse anche nel Centro Italia, è infatti nella valle del Po che si concentrano le famiglie di questo roditore sudamericano. Nemici naturali d’altronde non ne hanno. Volpi e poiane sono diventate rare. Solo i Siluri, anch’essi animali d’importazione, sono delle reali minacce per le nutrie. Solo che i Siluri non vivono nei canali, ma solo nei grandi fiumi. In tal modo le nutrie sono andate crescendo nel tempo, fino a divenire un problema serio. Le densità di popolazione non sono ancora a livello di quelle del Sudamerica, dove si possono trovare anche venti esemplari all’ettaro contro al massimo quattro degli areali nostrani. Sufficienti però a fare danni importanti. Con le loro gallerie causano spesso frane di argini e capezzagne, obbligando gli enti pubblici a intervenire d’urgenza dato che c’è di mezzo l’incolumità delle persone. I costi di questi interventi è andato crescendo nel tempo. In Lombardia, solo fra il 2004 e il 2010, sono state oltre mille e 300 le richieste di indennizzo avanzate dagli agricoltori per i danni causati dalle nutrie. Le somme erogate in questo periodo sono state considerevoli, sfiorando i 600 mila euro complessivi. A questi vanno sommati anche i costi del cosiddetto piano regionale di gestione delle nutrie. Questo è un piano di contenimento della popolazione che prevede la cattura tramite gabbie e il successivo abbattimento. Spesso espletato a fucilate. Per sopprimere una nutria infatti è necessario possedere la licenza di caccia. Solo nel 2010 sono stati catturati quasi 130 mila esemplari per un costo complessivo di 250 mila euro. Costo sostenuto con fondi della Regione. Il danno per gli agricoltori comunque resta. I fondi che la Regione Lombardia ha investito nella lotta alle nutrie sono stati sottratti al monte complessivo di contributi regionali a supporto proprio dell’agricoltura. Da una parte quindi gli agricoltori li han presi, dall’altra ce li hanno rimessi. Non stimabili invece i danni per gli automobilisti che hanno avuto la sfortuna di investirne qualcuna lungo le strade di campagna. Radiatori e paraurti non hanno infatti certamente goduto.

Morfologia di un roditore

Le nutrie appartengono al medesimo genere dei topi e dei ratti, essendo anch’esse dei roditori. Più simpatico il paragone coi castori, ai quali somigliano molto anche nel nome. Myocastor coypus è infatti il nome meno noto di queste simpatiche ma dannose bestiole. Hanno stazze importanti, visto che superano anche i 10 chili di peso e i 60 centimetri di lunghezza, coda esclusa. Vivono in luoghi umidi, vicini a corsi d’acqua lenti. Il loro istinto le porta a scavare tunnel negli argini dei canali e trasformarli nei propri nidi d’amore. E di parecchio amore si deve proprio trattare, vista la prolificità che le contraddistingue. Le femmine di nutria riescono infatti a partorire quattro o cinque cuccioli per volta, e questo ben tre volte all’anno. In tal modo riempiono velocemente le tane di cuccioli che allatteranno per qualche settimana. La maturità sessuale arriva a soli sei mesi di vita, quindi nel giro di poche generazioni possono essere colonizzati interi comprensori, inclusi quelli agricoli.

Impressi lungo la strada giacciono ricordi che il fruscio delle ruote evapora alla memoria, così come la punta di diamante risospende note struggenti da un vecchio disco, dato ormai per smarrito.

Un bimbo con la sua biciclettina, il padre dietro di lui che lo guida e lo protegge.

Quel bimbo, fra quarant’anni, avrà forse i miei stessi pensieri a frugargli nel cuore.

E lo stesso disco da ascoltare.

La morte di Steve Jobs ha dato vita a un happening celebrativo globale che dura da giorni. Quanto è commisurata tale reazione popolare al fatto in sé?

Proprio non ce la fanno. La mente di molte, troppe persone si mostra sempre più indifesa di fronte alla seduzione del puro carisma di pochi singoli soggetti divenendo incapace di produrre valutazioni oggettive dei fatti nella loro complessa totalità. Come pure diventa cieca e sorda verso i milioni di altri messaggi che contemporaneamente le giungono dal mondo esterno. Un laboratorio a cielo aperto di questo fenomeno di massa si è spontaneamente realizzato proprio in questi giorni: Steve Jobs, genio creatore del mondo Apple, è morto.

Gli vanno riconosciuti i meriti di aver partorito idee nuove, come pure nuovo è stato il suo modo di concepire l’uso dei mezzi informatici, inventandone per giunta di ancor più nuovi. Il computer su cui sto scrivendo è un Macbook. Quindi so cosa dico. Ho però avuto anche un iPhone, che come telefono non rimpiango affatto. L’iPod ce l’ho perché mi è stato regalato a una conferenza stampa, come pure credo che passerà molto, molto tempo prima che io spenda soldi in un iPad. Non appartengo infatti alla genia degli impallinati congeniti che fanno la fila alle tre della mattina davanti ai negozi pur di accaparrarsi i primissimi esemplari dell’ennesima “ultima diavoleria” della Casa di Cupertino.

Un’altra “diavoleria” moderna è Facebook. Anch’essa è frutto di una mente giovane e innovativa, a suo modo geniale, che risponde al nome di Mark Zuckerberg, letteralmente: montagna di zucchero. Su Facebook hanno già trovato posto più persone di quante compongano oggi la popolazione degli Stati Uniti. Anche in questo caso conosco il prodotto: io sono uno di loro. Infine, i profili su Facebook possono essere centinaia di milioni solo perché nelle case di miliardi di famiglie alloggia un Pc che utilizza i software di Microsoft, figlia di un altro genio adolescenziale qual è Bill Gates. Colui che con il proprio sistema “Windows” ha reso possibile a tutti l’utilizzo di un computer, cosa in precedenza possibile solo ai professionisti della materia. Tre geni, quindi. Ognuno a modo suo, come si conviene infatti a ogni genio. Ma anche veri e propri squali negli affari, “affamati” di crescita esponenziale, privi di qualsiasi senso di sazietà e di quegli scrupoli che rendono difficile passare sopra la testa di coloro che, a torto ma molte volte a ragione, rappresentino un ostacolo alle proprie ambizioni.

Tre campioni quindi dell’ossessivo e talvolta deprecabile “Sogno Americano”. Personalmente non mi sento in dovere di ringraziarli: computer e software glieli pago profumatamente. Quindi siamo pari. Zuckerberg è da sempre nel mirino dei commentatori del web in quanto parrebbe (oggi mi sento particolarmente garantista) che si venda a caro prezzo i dati dei propri contatti. La gratuità di Facebook, in tal caso, sarebbe perciò solo apparente. Ben diverso appare quindi il discorso rispetto a un’altra classe di geni, quella composta da Padri (e Madri) dell’Umanità come Einstein, Pasteur, Curie, Ghandi o Madre Teresa, i quali hanno cambiato il Mondo ben più di Jobs, Gates e Zuckerberg. E lo hanno fatto per passione, non per profitto. Ecco perché amo questa seconda lista di geni e poco digerisco la prima, per quanto ne riconosca una certa utilità. Il laboratorio a cielo aperto a cui accennavo prima, quello che ha permesso l’esperimento psicologico dei giorni scorsi, è proprio frutto della combinazione dei parti geniali delle menti di Jobs, Gates e Zuckerberg: Jobs muore, centinaia di milioni di persone accendono il Pc (o il Mac), vanno su Facebook e lo riempiono di commenti monocolore. La frase di Jobs “siate affamati, siate folli”, pronunciata in una delle sue ultime apparizioni pubbliche,  viene posta a guisa di testamento nelle bacheche di una percentuale impressionante di profili. Altri linkano a una notizia, a un sito, a una pagina web dove si parla di Jobs. Alcuni arrivano perfino a modificare l’immagine del proprio profilo mettendovene una di un Mac, di una mela, oppure adottando addirittura la foto di Steve Jobs stesso, dimostrando in quest’ultimo caso di possedere una maturità intellettuale prossima a quella delle tredicenni che si disperano per la morte del loro cantante preferito. Una vera orgia di esaltazione celebrativa parossistica collettiva. Non a caso Jobs era stato soprannominato, oltre che con molti nomignoli che è bene non riportare per rispetto di un morto, anche “Pifferaio magico”. Un soprannome molto azzeccato, visto che bastava si avvicinasse il flauto alle labbra e, prima ancora di aver prodotto alcun suono, un’orda sterminata di fan si cristallizzava in attesa di udire la prima nota della nuova creazione dell’incantatore di Cupertino. Un fenomeno di massa che ricade nel tegame maleolente dell’idolatria. Quel fenomeno per il quale quando sei diventato idolo delle folle puoi a quel punto permetterti di fare di tutto. Anche le cose più inutili, che saranno comunque plaudite come “rivoluzioni”, oppure quelle più turpi, che verranno immancabilmente minimizzate o perfino negate in blocco durante l’usuale processo di beatificazione popolare destinato a sostituirsi nel tempo alla verità storica oggettiva. I seguaci, d’altronde, sono seguaci: nessuno di loro si staccherà mai dal coro che canta le lodi del Nuovo Signore. Nessuno uscirà mai spontaneamente dal branco per osservare da lontano il proprio “Messia”, per valutarlo obiettivamente per ciò che è nella sua più intima essenza. E magari per disprezzarlo, se dal punto di vista umano ha fatto e fa cose discutibili quando non addirittura deprecabili. Ma ciò raramente accade. La schiavitù idolatra vale per i fan degli sportivi, dei cantanti, di certi politici. Perché quindi non dovrebbe valere per degli inventori di computer, di software e di giochini? Chissà se i forsennati Jobs-fan di Facebook sanno che da anni a Cupertino lavora uno stuolo di giovani ingegneri, di creativi, di manager, i quali continueranno in futuro l’evoluzione di Apple. Chissà se la loro mente, ormai fidelizzata all'”Unto dal Signore”, sarà mai sfiorata dal dubbio che da anni Jobs si potesse limitare a controllare per lo più il lavoro fatto da altri e ci mettesse magari solo la firma, come facevano i Gran Maestri d’arte nelle loro botteghe rinascimentali. Botteghe dove lavoravano garzoni che talvolta erano più bravi del Maestro stesso. Morto lui da un giorno, invece, e già il suo popolo inizia a dire che Apple non sarà più la stessa. Un po’ come dire che gli antibiotici, dopo la morte di Fleming, non hanno più funzionato come prima. Manifestazione palese di quanto la capacità di analisi e giudizio dei fan sia sempre parziale per ampiezza e limitata in profondità. Abbacinati dallo splendore della buccia della “mela” non sono in grado di affondarci i denti dentro e valutare la vera sostanza della sua polpa.

Ma oltre a questa di faccia, l’imbecillità collettiva ne ha mostrata un’altra ancor più irritante e deprimente. Questo in Italia, almeno. Mentre Jobs moriva per cause naturali, dopo aver vissuto una vita di successi e di lussi economici, una palazzina crollava a Barletta, seppellendo cinque donne presenti all’interno di una maglieria da sempre mimetizzata agli occhi del fisco. Tra loro una ragazzina di 14 anni, figlia del proprietario, il quale non potrà quindi più darsi pace per non aver chiamato chi di dovere per controllare le crepe che si erano aperte nei muri nei giorni precedenti. Aveva paura dei controlli, lui. Perché il padrone di quel laboratorio “aumma-aumma” quelle donne le faceva lavorare in nero a 3 euro e novanta centesimi l’ora, per 10-12 ore al giorno.

Quelle donne facevano una vita che rasentava la schiavitù e messe tutte insieme non guadagnavano in un anno quanto Jobs guadagnava in un giorno. Morte schiacciate da un palazzo fatto chissà come, su cui stava lavorando un’impresa edile, chissà come, mentre sgobbavano come pazze, chissà come. Agli occhi di qualcuno, con molta superficialità e qualunquismo, le loro morti potrebbero apparire solo come alcune fra le tante che ogni giorno accadono. E quindi, perché scomporsi più di tanto? La tragedia di Barletta, al contrario, non può e non deve essere derubricata come uno delle tante disgrazie che accadono al mondo. Quelle donne non si sono schiantate in auto contro un albero. Le loro morti sono figlie dei peggiori mali che affliggono il nostro Paese: corruttela politica e degli organismi di controllo, malavita organizzata ed evasione fiscale. Il tutto condito da forti dosi d’ignoranza, omertà e connivenza popolare. Prova ne è che il sindaco di Barletta si è subito affrettato a dire che non se la sente di dare addosso a chi comunque dava lavoro, come pure Niky Vendola, govenatore della Regione Puglia, non si è certo scagliato con veemenza contro i mali del lavoro nero, presentandoli solo come una triste realtà che grava sui poveri Pugliesi. Ovvio: chi dà lavoro nero, come pure chi dal lavoro nero trae il proprio mantenimento, alle prossime elezioni se ne sarebbero ricordati. D’altronde, perfino la sopravvissuta al crollo si è subito affrettata a parlare bene del datore di lavoro, descritto come una “brava persona”. Una sorta di “Sindrome di Stoccolma” applicata al mondo del lavoro.

Eppure, nonostante questi profondi e vergognosi risvolti sociali che postava con sé, questa notizia nel grande laboratorio di Facebook è passata nel più totale silenzio, almeno fra i miei contatti. Tutti troppo presi a stracciarsi le vesti per lo squalo di Cupertino per versare una lacrima o mostrare una mossa d’indignazione per le vittime di Barletta e verso i molti mali che le hanno causate. E tutto ciò è agghiacciante:  fra la tragedia di Barletta e la morte di Steve Jobs non vi dovrebbero essere paragoni. La prima è incommensurabilmente più sconvolgente della seconda. A quel punto ho fatto io un esperimento: ho caricato un post dove esortavo a mostrare per le donne di Barletta il medesimo afflato e la medesima contrizione mostrata per Jobs. Il risultato è stato che sono stato tacciato, io, di qualunquismo, di aver fatto una tirata eccessiva e sono stato paragonato a Beppe Grillo, noto per le sue sparate sopra le righe. Solo due timidi “mi piace” sono stati cliccati da due amiche. Da tutti gli altri solo un assordante silenzio. Esperimento riuscito: l’Umanità non è ancora pronta, non ha ancora preso piena coscienza di sé e della scala gerarchica su cui dovrebbero essere correttamente allineati i diversi valori etici e morali che, se applicati, farebbero dell’Uomo l’essere realmente superiore su questo Pianeta. E forse questo tipo di Umanità non ci riuscirà mai.

Nonostante ciò, per quanto io non abbia i fan che ha Steve Jobs, mi ci provo comunque a lasciare anch’io un testamento (da considerarsi tale spero fra molti anni): Siate affamati, si, ma di pace e di amore, di giustizia ed equità, di verità e di dignità, di ragione e di buon senso. Le lacrime da versare, come le risa, non sono infinite: usatele perciò solo quando davvero serve e ha ragion d’essere.

Le mie, al contrario di quelle di Jobs,  non sono idee folli, lo so. Sono solo idee giuste. E gratuitamente a disposizione di tutti.

Le vittime di Barletta. Le vittime dei lavori in nero, i quali in Inglese si traducono in… “Black Jobs”