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Questo è un sito per gli amanti della lettura. Della lettura inedita, soprattutto. Non sono famoso: solo di recente ho pubblicato qualcosa su carta e sono quindi ben poche le recensioni su di me. Ho però deciso di creare questo blog per lasciare aperte fessure alle persone che hanno  con me rapporti di amicizia. Anche perché ero stufo di mandare per e-mail file di Word…

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Fotogrammi rovesciati di una coscienza nascosta” è la semplice raccolta di tutto ciò che ho deciso di affidare alla capace memoria del mio hard disk. In oltre 300 pagine si può spaziare dalle poesie ai racconti di vita quotidiana, come pure sbirciare tra incubi, visioni e racconti che poco hanno a che vedere con la logica e la ragione. Tre favole, un romanzetto breve, alcuni saggi e una sequenza di istantanee di vita completano il tutto. Credo ce ne sia un po’ per tutti i gusti; anche perchè i miei, di gusti, sono abbastanza sfaccettati e complessi.

Contenuti:

Ciò che gli altri chiamano poesie” è una raccolta di parole che, più che somigliare a delle poesie, non somigliano a brani di prosa. Sono solo momenti catturati, sensazioni che non potevano essere diluite in brani troppo estesi. Momenti che dovevano essere stilizzati in sequenze concentrate di parole, a comporre, come uno schizzo su tela, l’astrazione, il simbolo, l’essenza delle emozioni stesse. Chiamare tutto questo “poesia” mi sembrava un po’ presuntuoso. Il nome della categoria, ridotto poi solo a “Poesie” deriva solo dall’esigenza di ridurre il menù a tendina in Home Page, pensate un po’…

Diversi racconti brevi sintetizzano ricordi: di viaggi, eventi, amori, per preservare i quali la memoria è stata schiaffeggiata in modo preventivo, affinché non si azzardasse a perdere neanche una delle mille fragranze (o spilli) penetratemi nel cuore in quei momenti. Per la lettura del brano “Hiroshima” consiglio di concentrarti prima sul significato della parola reviviscenza e del potere evocativo.

Quando gli occhi sono chiusi, l’anima si apre all’Universo e inizia a viaggiare senza passaporto, tra le diverse dimensioni dell’inspiegabile.  “Incubi e astrazioni” è una raccolta di strappi alla realtà in cui la mente si è estraniata dal corpo, la ragione si è estraniata dalla mente e l’anima si è estraniata dalla ragione, in viaggi durati secondi o forse eoni. Ciò che ha compiuto questi viaggi ha toccato tasti inesplorati della mia memoria genetica, soffocata per anni dai neuroni di uomo di logica e scienza, per liberare bimbi, combattere mostri, esaltare ricordi.

Favola di un narratore inesistente (Senza Nome)” è una favola per ogni età. Questo perché in nessuna delle nostre molte età ci possiamo dimenticare quanto ci sia di infantile in un vecchio e quanta saggezza possa avere in sè un bambino. Ambientata nelle Indie Coloniali, racconta il sogno di libertà di un bimbo e dei suoi meravigliosi cavalli. Il narratore non esiste perché non è ancora nato (o rinato) e gode di quella sospensione dalla materia grazie alla quale riesce ad essere ovunque e da nessuna parte allo stesso tempo.

Il compagno silenzioso” è in parte favola. In parte no. Non serve essere Rotweiler per venire trattati come Lothar…

Il leone e lo pseudo-esopo” m’è venuto così.. in un momento di euforia.

Il dono” narra di storie sulle quali ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è sicuramente soffermato a sognare. Durante il racconto, il lettore s’imbatte nei bivi, negli intrecci, nelle matasse che il destino si diverte a buttarci frai i piedi in gran copia…. A volte nascondendovi all’interno regali preziosi, camuffandoli in modo che solo i più meritevoli possano riconoscerli e goderne.

Humour” è il capitolo riempito nei momenti di stacco dei fusibili dal cervello. Quando la voglia di ridere superava ogni altra. E’ conviviale, senza pretese, come il resto dei miei brani.

L’amore, l’erotismo. Entrambi animano e arricchiscono l’umana esistenza. A volta senza il bisogno di convivere tra loro. Monca sarebbe stata perciò questa raccolta se non vi fosse stata anche la serie erotika” . In essa troverete diversi brani, tutti protetti da password (da richiedersi via mail – dichiarandosi maggiorenni – a donatello.sandroni@gmail.com):

Il corpo“: chiudete gli occhi e immaginate. Il corpo della persona che avete sempre desiderato è in vostro potere. Ignaro. Cosa può succedere se..

Il profumo del buio“. Il sesso vissuto secondo tutti i 5 sensi. Meno uno.

La scacchiera” è un romanzetto breve. Breve quanto la morale che se ne può trarre alla fine della sua lettura. Un romanzetto ove non vi sono né buoni né cattivi; né vittime né carnefici. Solo esseri umani con le proprie forze e debolezze, legati a quella carne che ci obbliga spesso a svilire la nostra anima in cambio di un momento di felicità.

La Pelle verde” racconta con disilluso distacco, con rassegnata accettazione, una storia di avvilimento, di abbrutimento morale, ambientata nel mondo della prostituzione maschile. Sesso più che erotismo quindi. Oppure erotismo ubriaco di sesso, di denaro e ambizione; corrotto dalla cinica illusione di prendere, usando il potere della ricchezza, ciò che non ci verrebbe mai dato dal potere dell’amore.

Senza esclusione di colpi”, “Ore 18:00 – Sig.ra Ricci, visita di controllo” e “L’amico trasparente” sono della stessa serie, ma il rosso è molto più acceso. Chi non ama questo genere, chi si senta disturbato da racconti intrisi di erotismo e di sesso off-limits, meglio che salti questa sezione…

Conclude la raccolta “Schegge di memoria”: è una sequenza di lampi di memoria o di fantasia. O di memorie di fantasie vissute. Brevi frasi, scollegate fra loro, come fotografie in un album, dove le immagini sono sostituite dalle emozioni che hanno attraversato le mie sinapsi per impressionarle indelebilmente, all’insaputa della mia coscienza.

Da qualsiasi punto tu decida quindi di partire, sappi che giungerai comunque alla medesima conclusione. Sempre che ve ne sia una che valga la pena essere trovata….

Disclaimer:

Ovviamente, ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale, essendo i brani caricati su questo blog opere di pura fantasia… ;)

Evasione fiscale e lavoro nero, sperequazioni nelle tassazioni, privilegi per banche e altri soggetti a basso livello di simpatia popolare. Ma anche una spesa pubblica dissennata, fatta di malaffare politico-mafioso e di appalti gonfiati. Non mancano nemmeno all’appello un apparato elefantiaco di Enti e dipendenti statali, una fastidiosa zavorra che si chiama assenteismo e un numero di pensionati che fa impallidire il resto d’Europa, per una spesa che sfiora i 260 miliardi di euro. Ecco i molti perché di un Paese sull’orlo del baratro

Le fotografie, per quanto siano fatte da professionisti, danno solo immagini statiche. Non spiegano cioè i perché si è giunti a quello scatto, né cosa succederà dopo averlo effettuato.
Per capire la realtà è quindi preferibile girare un film, mettendo in sequenza i diversi personaggi, analizzandoli poi in chiave temporale.
Oggi l’Italia è con un piede nella fossa, diciamocelo. Non è come qualche anno fa, quando i panni ultra-lerci dei nostri conti pubblici potevamo fingere di lavarceli in casa.
Oggi siamo parte di un’Europa dove comandano Paesi ben più seri e rigorosi del nostro. Dove il lavoro è visto come un dovere di cui sentirsi onorati, l’ordine pubblico un bene prezioso, il rispetto delle regole come la base del benessere generale.
Oggi questi Paesi ci guardano un po’ schifati, come gli Inglesi guardavano i soldati italiani nelle scene finali del film “Mediterraneo” con Diego Abbatantuono. Ci guardano e ci chiedono con severità di piantarla di fare gli Italiani terroni e di diventare in fretta degli Europei come loro, presentabili a una cena tra potenti del Mondo come protagonisti, anziché come i soliti Fantozzi e Filini.
Ma la reazione del popolino resta quella del lamento contro l’ennesimo Governo vampiro. Quella delle lobbies e dei sindacati è l’usuale levata di scudi a difesa dei propri privilegi e quella dei politici resta l’usuale faccia che da oltre 50 anni ricorda le vertebre coccigee dei Macachi.
Veti incrociati e interessi contrapposti bloccano di fatto ogni concreto e profondo cambiamento strutturale e operativo di cui il Paese avrebbe invece disperatamente bisogno.
E’ stato perfino coniato il termine “benaltrismo” per descrivere il vizio dilagante in Italia secondo il quale, ogni volta che ci si accinge a limare un privilegio di qualcuno, il destinatario della riforma se ne esce dicendo che “sono ben altri i problemi” sui quali manovrare. Tradotto: la barca va raddrizzata, ma sempre a spese degli altri.
Intanto la pressione fiscale è ormai giunta al 45% del Pil e ad un imprenditore i propri dipendenti costano il doppio di quello che dà loro in busta paga.

Perché prendere ai poveri e non ai ricchi?

Il tormentone che grava su Monti è che continua a colpire la povera gente. Operai e pensionati. In effetti, vi sono realtà economiche che quasi tutti vedremmo bene cadere nel mirino del governo: banche, squali parassitici della finanza speculativa, assicurazioni e grandi ricconi col macchinone e la villazza nei posti esclusivi. Come pure tutti vorremmo tagli pesanti alla famosa casta politica, da troppo tempo testimone più dell’efficienza delle proprie mascelle da Piraña che di quella di amministratore delle cosa pubblica.
Però, l’analisi dei conti resta impietosa. Le voci di spesa più significative, in Italia, sono la spesa pubblica, gli interessi sul debito e le pensioni. Ecco perché, piaccia o meno, Monti è partito da lì.
Sulla prima voce incidono gli esborsi forsennati per opere pubbliche, spesso di dubbia utilità, pagate 5-6 volte quello che si pagherebbe in Germania o in Francia.
Ovvio: una tangente su 5 milioni di euro è cinque volte superiore alla tangente su un solo milione di euro. Finché il controllore sarà interessato a gonfiare i costi, quindi, come potremo pretendere che il controllato non li gonfi?
Sulla condanna dei rapporti Stato-Mafia siam tutti d’accordo. Poi però ci sono da fare discorsi che piacciono meno: quanto costa ai nostri bilanci il numero spropositato di pensionati e di dipendenti pubblici e relativi stipendi/pensioni? Lasciando al discorso pensioni un paragrafo a sé, perché merita, in Italia abbiamo un numero di dipendenti pubblici che sfiora i 3,5 milioni. In pratica, quasi il 6% degli italiani percepisce uno stipendio pubblico. Dovremmo quindi avere servizi di altissimo livello, invece abbiamo per lo più inefficienza, indolenza e tanti, ma tanti stipendi inutili da pagare. Troppa gente che cioè assorbe punti di Pil, senza produrne alcuno.

L’annoso tema delle pensioni

Infine le pensioni: argomento scottante insieme a quello del lavoro, pubblico e non, a cui sono strettamente correlate.
Sulle stime fatte nel 2010, sull’Italia grava una spesa pensionistica di quasi 260 miliardi di euro. Una cifra che sfiora il 17% del nostro Pil. Più del doppio del totale dell’evasione fiscale stimata in Italia. In pratica, per pagare le pensioni se ne va ogni anno l’equivalente di 5-6 manovre “alla Monti”, tanto per intenderci.
Le pensioni di vecchiaia rappresentano il 71% del totale. Ai cosiddetti “superstiti” viene devoluto circa il 15%. Gli invalidi, veri o solo presunti che siano, ne assorbono il 4,5%. Infine le pensioni assistenziali, le quali gravano per poco meno dell’8%. Le varie indennità, tanto vituperate perché spesso molto ricche, rappresentano solo l’1,7% del mare magnum del denaro che va a finire nelle tasche dei circa 17 milioni di pensionati a vario titolo. Tradotto in percentuale sul totale della popolazione, significa che il 28% degli Italiani riceve denaro dallo Stato senza produrre (né aver prodotto in passato, come si vedrà in seguito) il relativo Pil necessario al proprio mantenimento. Insieme ai dipendenti pubblici, che come detto sono quasi 3,5 milioni, si superano quindi i 20 milioni complessivi di assegni statali. In sintesi, un terzo della popolazione italiana riceve soldi dallo Stato.
Se a questi aggiungiamo anche i bambini, i disoccupati e le donne casalinghe, da cui ovviamente non ci si può aspettare che producano ricchezza, pare proprio che a tirare il carretto del Pil ci sia meno della metà degli Italiani. Non deve stupire quindi la voragine economica che si è nel tempo aperta sotto le casse del Paese.

La colpa morì fanciulla, perché nessuno la volle…

Il boom di assunzioni nel comparto pubblico, cioè il boom del vizio di scambiare voti col denaro dello Stato, avvenne durante gli Anni 80. Gli allora governi Craxian-Democristiani crearono perfino leggi che permettevano ai dipendenti pubblici di andare in pensione con soli 15 anni di anzianità. Le famose pensioni Baby. In tal modo, si liberavano nuovi posti di lavoro (utili spesso per altrettanti votatori di scambio). Si faceva contenti tutti: il baby pensionato perché la sua vita diventava presto una vacanza, come pure gioiva il giovane che trovava subito un posto di lavoro. E il disastro venne così varato tra gli applausi di tutti.

E così, oggi i “baby pensionati” sono stimati in circa mezzo milione e costano allo Stato circa 9 miliardi e mezzo di euro all’anno.
Ho conosciuto in palestra una donna di 36 anni, carina e atletica, che mi disse di essere già in pensione. Aveva lavorato per 15 anni al Comune di Milano e aveva approfittato della finestra d’uscita offertale. D’altronde, aveva un marito che guadagnava bene e un figlio di 12 anni da curare. Quindi, anche se i soldi erano un po’ meno di quelli di un part-time, lei scelse di starsene a casa.
Ora quella donna ha 57 anni. In base alle statistiche sulle aspettative di vita, dovremo mantenerla ancora  per altri 25. Quanto ci è costata una persona così? A spanne, avrà versato contributi sufficienti a coprirle meno di cinque anni di pensione. Cioè, a 40 anni (circa-circa) i suoi contributi dati allo Stato erano già belli e finiti. Dai 40 agli 80, per ben 40 anni, la signora ce la dobbiamo mantenere noi. Cioè quelli che si son sentiti dire che i calcoli sulla loro di pensione saranno fatti secondo la logica contributiva e non più su quella retributiva, come pure che per noi la pensione arriverà a ridosso dei 70 anni.
Già: una volta il calcolo della pensione era fatto sugli ultimi anni di stipendio. Ora invece su quanto si è davvero versato allo Stato. Prima, un operaio che aveva iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione a 50, con una busta che conteneva (sempre a spanne) il 70-75% del proprio stipendio finale. Bastavano cioè 35 anni di contributi e si andava in pensione con poco meno di quanto ci dava il datore di lavoro nell’ultimo scorcio della nostra vita professionale.
Poteva durare? No, non poteva. Basta guardare una busta paga per rendersi conto che per ogni mese di pensione quell’operaio aveva dovuto lavorare dai quattro ai cinque mesi per dare allo Stato quella stessa cifra attraverso le trattenute previdenziali. Quindi, dopo 35 anni di versamenti, interessi inclusi, il capitale accumulato poteva bastargli più o meno per 7-8 anni di pensione. Ritirandosi a 50 anni, cioè, dai 57-58 in poi la sua pensione gli è stata pagata dai lavoratori ancora attivi. Quelli come me, tanto per intenderci. Quelli che ora stanno letteralmente mantenendo soggetti i quali, ancora perfettamente in grado di autosostentarsi economicamente per almeno altri 10-12 anni, si sono invece messi anzitempo a riposo andando a gravare sulle generazioni successive.
I lavori usuranti, quelli veri, fanno ovviamente storia a sé e vanno considerati con un particolare occhio di riguardo.
Queste considerazioni sono rivolte ovviamente a quei posti di lavoro impiegatizi tipo “ragionier Fantozzi”, oppure a operai che non facevano altro che assemblare pezzi di televisori o similari, su un bancone di lavoro che tutto sommato richiedeva una fatica dal medio al blando.

Anagrafe infausta

Quasi la metà dei pensionati ha tra 65 e i 79 anni. Uno su cinque ne ha più di 80. Infine, il 30% circa delle pensioni va a chi ha meno di 65 anni. Questo vuol dire che almeno i 2/3 dei pensionati stanno percependo pensioni da molti più anni di quanti potesse permettersi di pagare il traballante bilancio “entrate/uscite” dell’Inps.
Ecco perché chi non vuol proprio capire i motivi del presunto “accanimento” sulle pensioni dimostra solo di esser fuori dal mondo.
Gli ultra 70enni di oggi, che si lamentano perché le loro pensioni sono basse, fanno quindi finta di non sapere che è già tanta manna che le ricevano ancora, quelle pensioni. Per colpa loro, e di chi ha permesso quei ritiri anticipati in panciolle, i loro stessi figli e nipoti saranno condannati ad andare in pensione a 68-70 anni, per giunta con pensioni ben più misere di quelle dei propri genitori e nonni. Loro si che avranno di che lamentarsi, non i pensionati attuali. Per fare andare loro in pensione a 50, coi circa tre quarti del loro stipendio, noi ci dovremo andare a 70, con meno della metà del nostro di stipendio.
Il figlio dodicenne della Baby-pensionata body-builder oggi di anni ne avrà circa 32-33. Magari è un precario in cerca di lavoro e grazie anche a sua madre andrà in pensione fra 40 anni, ricevendo per giunta quattro castagne secche con le quali non riuscirà nemmeno a comprarsi il caffelatte. Quella donna, rimasta precocemente a casa per curare proprio lui, alla fine non si può certo dire che gli abbia fatto un bel regalo.

I responsabili dello sfacelo

I governi Craxian-Democristiani prima citati sono sicuramente i primi ad avere la colpa di questo suicidio economico collettivo. Hanno pasciuto i loro bacini elettorali scaricando il costo su un paio di generazioni dopo. Quelle che tanto  avrebbero votato persone che all’epoca dello scialo portavano ancora i pantaloncini corti.
Ma colpevoli sono anche partiti come l’allora Pci, in teoria all’opposizione. Avrebbe dovuto, almeno lui, tuonare contro la follia di mandare in pensione i dipendenti pubblici con soli 15 anni di anzianità e quelli privati con 35. I conti li potevano fare anche loro. E per me li han fatti. Ma come per i partiti al Governo, avranno ben pensato anche loro che opporsi a una così ghiotta regalia non poteva far altro che demolire il consenso elettorale verso il partito. Me li vedo già gli Italiani: da un lato un Governo che li mette a riposo da ragazzini, dall’altro un’opposizione che cerca di impedirlo. Alle elezioni il Pci avrebbe preso forse il 10% dei voti della tornata precedente. Quindi tutti zitti e buci, come si dice in Toscana.
E i sindacati? Zitti e buci anche loro. Ci mancherebbe altro che i sindacati ponessero veti o sollevassero questioni quando si tratta di mangiare pane a ufo…
Fino a che, ovviamente, qualcuno non ha alzato il dito e non si è ripromesso di correggere questa stortura tutta italiana. Quasi 20 anni fa, infatti, per primo ci provò Lamberto Dini a modificare l’età pensionabile, proponendo un incremento progressivo che ci allineasse nel medio-lungo periodo agli altri Paesi europei. Quelli cioè dove si lavora, come in Germania, fino a 67-68 anni.
Apriti cielo. Tutta la voce che i sindacati e le sinistre avevano risparmiato per oltre 20 anni di Pentapartito, la tirarono fuori in quell’occasione. Perché ogni volta che c’è un privilegio, o una stortura palesemente suicida da correggere, per Cgil (in primis) e per gli altri sindacati in genere è come suonare la tromba della carica nelle orecchie di un cavallo da guerra.
Barricate, scioperi, manifestazioni, veti, opposizioni in Parlamento. Tutto quello che potevano fare per impedire che Dini raddrizzasse la baracca pensionistica italiana, fu fatto. Già allora vigeva infatti il “benaltrismo“, semplicemente non era ancora stata coniata la parola. L’importante era quindi difendere ciecamente i privilegi acquisiti. Ai costi di quella follia ci avrebbe dovuto pensare qualcun altro, come al solito.
Stessa solfa con tutti i governi che ci provarono negli anni successivi. Fino a oggi. Ora però la barca a galla non ci sta più. Che piaccia o non piaccia, ci si deve allineare a quelle “barche” europee che sono state evidentemente gestite da “capitani” ben più seri, preparati e lungimiranti dei nostri. Perché i “nostri”, di “capitani”, si sono dimostrati paragonabili per serietà e capacità più al Capitan Schettino che ai politici d’Oltralpe.
Se alle pensioni avessimo messo mano con Dini, oggi le cose sarebbero molto meno drammatiche. Non ci sarebbero per esempio gli Esodati, come pure potremmo tutti andare in pensione 4-5 anni prima di quello che adesso è divenuto il traguardo da raggiungere. E magari anche con una cifra un po’ più decente.
Come al solito, rimandare la cura può solo aggravarla e renderla più massiccia e devastante quando ci si decida finalmente a curarsi.

Come andrà a finire…?

A patto di darci tutti una regolata, Governo, opposizioni, sindacati e popolo, per andare in pari ci vorranno anni. Molti anni. Bisognerà infatti aspettare che passino al Mondo dei Più quella dozzina di milioni di pensionati che ancora oggi godono del precedente sistema previdenziale retributivo. E solo per questo ci vorranno almeno altri 15-20 anni.
Nel frattempo, i loro figli e i loro nipoti si sono visti appioppare un’età pensionabile molto vicina a quella cimiteriale. Sarà poi bene, per giunta, che inizino a risparmiare ogni centesimo dei loro stipendi, perché a loro la busta dell’Inps non basterà per arrivare al 15 del mese e non al 27, come lamentano molti anziani di oggi.
Certo, il vecchiolino che rufola nei cassonetti in cerca di un avanzo di verdura, fa pena. Umanamente fa pena. Economicamente, fatte le debite distinzioni fra i poveracci senza colpa e quelli che invece una colpa ce l’hanno, la pena me la fanno molto di più quelli che oggi sono dei 30enni o dei 40enni, perché fra 30-40 anni saranno ridotti molto peggio dei vecchi attuali.
Ecco perché più che scusarci noi con gli anziani di oggi, per le ristrettezze in cui versano, dovrebbero scusarsi loro per quelle molto peggiori in cui faranno versare noi.
Se poi magari i ricchi evasori pagassero le tasse, se i politici la smettessero di sbranare soldi pubblici con sfarzi da corte faraoinica, se la mafia fosse impedita nell’abboffarsi di appalti dai costi gonfiati, se i fannulloni e gli imboscati iniziassero a guadagnarsi lo stipendio, se i truffatori di pensioni d’invalidità fasulle venissero stroncati, dicevo.. magari si riuscirebbe a diventare un Paese civile anche noi.
E coi conti in pari.

Impressi lungo la strada giacciono ricordi che il fruscio delle ruote evapora alla memoria, così come la punta di diamante risospende note struggenti da un vecchio disco, dato ormai per smarrito.

Un bimbo con la sua biciclettina, il padre dietro di lui che lo guida e lo protegge.

Quel bimbo, fra quarant’anni, avrà forse i miei stessi pensieri a frugargli nel cuore.

E lo stesso disco da ascoltare.

La morte di Steve Jobs ha dato vita a un happening celebrativo globale che dura da giorni. Quanto è commisurata tale reazione popolare al fatto in sé?

Proprio non ce la fanno. La mente di molte, troppe persone si mostra sempre più indifesa di fronte alla seduzione del puro carisma di pochi singoli soggetti divenendo incapace di produrre valutazioni oggettive dei fatti nella loro complessa totalità. Come pure diventa cieca e sorda verso i milioni di altri messaggi che contemporaneamente le giungono dal mondo esterno. Un laboratorio a cielo aperto di questo fenomeno di massa si è spontaneamente realizzato proprio in questi giorni: Steve Jobs, genio creatore del mondo Apple, è morto.

Gli vanno riconosciuti i meriti di aver partorito idee nuove, come pure nuovo è stato il suo modo di concepire l’uso dei mezzi informatici, inventandone per giunta di ancor più nuovi. Il computer su cui sto scrivendo è un Macbook. Quindi so cosa dico. Ho però avuto anche un iPhone, che come telefono non rimpiango affatto. L’iPod ce l’ho perché mi è stato regalato a una conferenza stampa, come pure credo che passerà molto, molto tempo prima che io spenda soldi in un iPad. Non appartengo infatti alla genia degli impallinati congeniti che fanno la fila alle tre della mattina davanti ai negozi pur di accaparrarsi i primissimi esemplari dell’ennesima “ultima diavoleria” della Casa di Cupertino.

Un’altra “diavoleria” moderna è Facebook. Anch’essa è frutto di una mente giovane e innovativa, a suo modo geniale, che risponde al nome di Mark Zuckerberg, letteralmente: montagna di zucchero. Su Facebook hanno già trovato posto più persone di quante compongano oggi la popolazione degli Stati Uniti. Anche in questo caso conosco il prodotto: io sono uno di loro. Infine, i profili su Facebook possono essere centinaia di milioni solo perché nelle case di miliardi di famiglie alloggia un Pc che utilizza i software di Microsoft, figlia di un altro genio adolescenziale qual è Bill Gates. Colui che con il proprio sistema “Windows” ha reso possibile a tutti l’utilizzo di un computer, cosa in precedenza possibile solo ai professionisti della materia. Tre geni, quindi. Ognuno a modo suo, come si conviene infatti a ogni genio. Ma anche veri e propri squali negli affari, “affamati” di crescita esponenziale, privi di qualsiasi senso di sazietà e di quegli scrupoli che rendono difficile passare sopra la testa di coloro che, a torto ma molte volte a ragione, rappresentino un ostacolo alle proprie ambizioni.

Tre campioni quindi dell’ossessivo e talvolta deprecabile “Sogno Americano”. Personalmente non mi sento in dovere di ringraziarli: computer e software glieli pago profumatamente. Quindi siamo pari. Zuckerberg è da sempre nel mirino dei commentatori del web in quanto parrebbe (oggi mi sento particolarmente garantista) che si venda a caro prezzo i dati dei propri contatti. La gratuità di Facebook, in tal caso, sarebbe perciò solo apparente. Ben diverso appare quindi il discorso rispetto a un’altra classe di geni, quella composta da Padri (e Madri) dell’Umanità come Einstein, Pasteur, Curie, Ghandi o Madre Teresa, i quali hanno cambiato il Mondo ben più di Jobs, Gates e Zuckerberg. E lo hanno fatto per passione, non per profitto. Ecco perché amo questa seconda lista di geni e poco digerisco la prima, per quanto ne riconosca una certa utilità. Il laboratorio a cielo aperto a cui accennavo prima, quello che ha permesso l’esperimento psicologico dei giorni scorsi, è proprio frutto della combinazione dei parti geniali delle menti di Jobs, Gates e Zuckerberg: Jobs muore, centinaia di milioni di persone accendono il Pc (o il Mac), vanno su Facebook e lo riempiono di commenti monocolore. La frase di Jobs “siate affamati, siate folli”, pronunciata in una delle sue ultime apparizioni pubbliche,  viene posta a guisa di testamento nelle bacheche di una percentuale impressionante di profili. Altri linkano a una notizia, a un sito, a una pagina web dove si parla di Jobs. Alcuni arrivano perfino a modificare l’immagine del proprio profilo mettendovene una di un Mac, di una mela, oppure adottando addirittura la foto di Steve Jobs stesso, dimostrando in quest’ultimo caso di possedere una maturità intellettuale prossima a quella delle tredicenni che si disperano per la morte del loro cantante preferito. Una vera orgia di esaltazione celebrativa parossistica collettiva. Non a caso Jobs era stato soprannominato, oltre che con molti nomignoli che è bene non riportare per rispetto di un morto, anche “Pifferaio magico”. Un soprannome molto azzeccato, visto che bastava si avvicinasse il flauto alle labbra e, prima ancora di aver prodotto alcun suono, un’orda sterminata di fan si cristallizzava in attesa di udire la prima nota della nuova creazione dell’incantatore di Cupertino. Un fenomeno di massa che ricade nel tegame maleolente dell’idolatria. Quel fenomeno per il quale quando sei diventato idolo delle folle puoi a quel punto permetterti di fare di tutto. Anche le cose più inutili, che saranno comunque plaudite come “rivoluzioni”, oppure quelle più turpi, che verranno immancabilmente minimizzate o perfino negate in blocco durante l’usuale processo di beatificazione popolare destinato a sostituirsi nel tempo alla verità storica oggettiva. I seguaci, d’altronde, sono seguaci: nessuno di loro si staccherà mai dal coro che canta le lodi del Nuovo Signore. Nessuno uscirà mai spontaneamente dal branco per osservare da lontano il proprio “Messia”, per valutarlo obiettivamente per ciò che è nella sua più intima essenza. E magari per disprezzarlo, se dal punto di vista umano ha fatto e fa cose discutibili quando non addirittura deprecabili. Ma ciò raramente accade. La schiavitù idolatra vale per i fan degli sportivi, dei cantanti, di certi politici. Perché quindi non dovrebbe valere per degli inventori di computer, di software e di giochini? Chissà se i forsennati Jobs-fan di Facebook sanno che da anni a Cupertino lavora uno stuolo di giovani ingegneri, di creativi, di manager, i quali continueranno in futuro l’evoluzione di Apple. Chissà se la loro mente, ormai fidelizzata all’”Unto dal Signore”, sarà mai sfiorata dal dubbio che da anni Jobs si potesse limitare a controllare per lo più il lavoro fatto da altri e ci mettesse magari solo la firma, come facevano i Gran Maestri d’arte nelle loro botteghe rinascimentali. Botteghe dove lavoravano garzoni che talvolta erano più bravi del Maestro stesso. Morto lui da un giorno, invece, e già il suo popolo inizia a dire che Apple non sarà più la stessa. Un po’ come dire che gli antibiotici, dopo la morte di Fleming, non hanno più funzionato come prima. Manifestazione palese di quanto la capacità di analisi e giudizio dei fan sia sempre parziale per ampiezza e limitata in profondità. Abbacinati dallo splendore della buccia della “mela” non sono in grado di affondarci i denti dentro e valutare la vera sostanza della sua polpa.

Ma oltre a questa di faccia, l’imbecillità collettiva ne ha mostrata un’altra ancor più irritante e deprimente. Questo in Italia, almeno. Mentre Jobs moriva per cause naturali, dopo aver vissuto una vita di successi e di lussi economici, una palazzina crollava a Barletta, seppellendo cinque donne presenti all’interno di una maglieria da sempre mimetizzata agli occhi del fisco. Tra loro una ragazzina di 14 anni, figlia del proprietario, il quale non potrà quindi più darsi pace per non aver chiamato chi di dovere per controllare le crepe che si erano aperte nei muri nei giorni precedenti. Aveva paura dei controlli, lui. Perché il padrone di quel laboratorio “aumma-aumma” quelle donne le faceva lavorare in nero a 3 euro e novanta centesimi l’ora, per 10-12 ore al giorno.

Quelle donne facevano una vita che rasentava la schiavitù e messe tutte insieme non guadagnavano in un anno quanto Jobs guadagnava in un giorno. Morte schiacciate da un palazzo fatto chissà come, su cui stava lavorando un’impresa edile, chissà come, mentre sgobbavano come pazze, chissà come. Agli occhi di qualcuno, con molta superficialità e qualunquismo, le loro morti potrebbero apparire solo come alcune fra le tante che ogni giorno accadono. E quindi, perché scomporsi più di tanto? La tragedia di Barletta, al contrario, non può e non deve essere derubricata come uno delle tante disgrazie che accadono al mondo. Quelle donne non si sono schiantate in auto contro un albero. Le loro morti sono figlie dei peggiori mali che affliggono il nostro Paese: corruttela politica e degli organismi di controllo, malavita organizzata ed evasione fiscale. Il tutto condito da forti dosi d’ignoranza, omertà e connivenza popolare. Prova ne è che il sindaco di Barletta si è subito affrettato a dire che non se la sente di dare addosso a chi comunque dava lavoro, come pure Niky Vendola, govenatore della Regione Puglia, non si è certo scagliato con veemenza contro i mali del lavoro nero, presentandoli solo come una triste realtà che grava sui poveri Pugliesi. Ovvio: chi dà lavoro nero, come pure chi dal lavoro nero trae il proprio mantenimento, alle prossime elezioni se ne sarebbero ricordati. D’altronde, perfino la sopravvissuta al crollo si è subito affrettata a parlare bene del datore di lavoro, descritto come una “brava persona”. Una sorta di “Sindrome di Stoccolma” applicata al mondo del lavoro.

Eppure, nonostante questi profondi e vergognosi risvolti sociali che postava con sé, questa notizia nel grande laboratorio di Facebook è passata nel più totale silenzio, almeno fra i miei contatti. Tutti troppo presi a stracciarsi le vesti per lo squalo di Cupertino per versare una lacrima o mostrare una mossa d’indignazione per le vittime di Barletta e verso i molti mali che le hanno causate. E tutto ciò è agghiacciante:  fra la tragedia di Barletta e la morte di Steve Jobs non vi dovrebbero essere paragoni. La prima è incommensurabilmente più sconvolgente della seconda. A quel punto ho fatto io un esperimento: ho caricato un post dove esortavo a mostrare per le donne di Barletta il medesimo afflato e la medesima contrizione mostrata per Jobs. Il risultato è stato che sono stato tacciato, io, di qualunquismo, di aver fatto una tirata eccessiva e sono stato paragonato a Beppe Grillo, noto per le sue sparate sopra le righe. Solo due timidi “mi piace” sono stati cliccati da due amiche. Da tutti gli altri solo un assordante silenzio. Esperimento riuscito: l’Umanità non è ancora pronta, non ha ancora preso piena coscienza di sé e della scala gerarchica su cui dovrebbero essere correttamente allineati i diversi valori etici e morali che, se applicati, farebbero dell’Uomo l’essere realmente superiore su questo Pianeta. E forse questo tipo di Umanità non ci riuscirà mai.

Nonostante ciò, per quanto io non abbia i fan che ha Steve Jobs, mi ci provo comunque a lasciare anch’io un testamento (da considerarsi tale spero fra molti anni): Siate affamati, si, ma di pace e di amore, di giustizia ed equità, di verità e di dignità, di ragione e di buon senso. Le lacrime da versare, come le risa, non sono infinite: usatele perciò solo quando davvero serve e ha ragion d’essere.

Le mie, al contrario di quelle di Jobs,  non sono idee folli, lo so. Sono solo idee giuste. E gratuitamente a disposizione di tutti.

Le vittime di Barletta. Le vittime dei lavori in nero, i quali in Inglese si traducono in… “Black Jobs”

Si è concluso il Giro di Padania, corsa a tappe voluta dalla Lega e osteggiata dalle frange più estreme della sinistra. Strumentalizzazione demagogica, ignoranza storica e geopolitica, intransigenza, aggressività e scarsa intelligenza comunicativa sono le chiavi di lettura dell’evento

Da un lato la Lega, col suo verde Padania e le sue usuali trovate furbette, con i suoi rituali da circo, come quello dell’ampolla di acqua del Po, nonché con la nota demagogia populista espressa rigorosamente in dialetto e a dito medio alzato. Il tutto condito pure dalle apparizioni dell’onnipresente “Trota”, il quale snocciola divertenti verbi farlocchi (“prosèguere” – nda) a sostegno della corsa e furbescamente non perde occasione di farsi fotografare al fianco dei vincitori, specie se è uno come Ivan Basso da Cassano Magnago. Dall’altro lato gli altrettanto soliti oppositori, rumorosi e troppo spesso prepotenti. Personaggi con bandiere di Rifondazione Comunista e della Cgil (?), ma anche centri sociali e vari contestatori che sembrano aver fatto dei disordini su strada la propria professione. In mezzo, il ciclismo. I corridori. La stessa federazione ciclistica nazionale. E anche il pubblico, quello degli appassionati veri delle due ruote, il quale ha assistito con tristezza a un nauseabondo show di cinque giorni che con il ciclismo aveva davvero poco a che fare. Uno show che ha rischiato per giunta di finire in tragedia, vista la caduta di Luca Mazzanti lungo la discesa del Pian delle Fugazze a causa dello scoppio di una gomma, forse provocato da una delle puntine sparpagliate per strada da qualche contestatore imbecille. Setto nasale rotto, commozione cerebrale, ferite lacero-contuse ovunque. Almeno per Mazzanti questo Giro della Padania sarà ricordato in molti modi diversi, tranne che come corsa ciclistica.

Come al solito, per potersi fare un’opinione obiettiva dell’evento specifico è bene partire da qualche considerazione di tipo generale.

La Federazione ciclistica e i corridori – L’organizzazione di un evento sportivo è iniziativa a cui chiunque ha diritto. Soggetti privati o entità giuridiche possono quindi organizzare partite, incontri, corse. Ciò che conta è che vengano rispettate le regole della federazione il cui sport è oggetto dell’iniziativa stessa. Nel caso del ciclismo vi sono regole ben precise non solo burocratiche, visto che una gara in bicicletta si svolge su strada e quindi deve rispettare anche alcune basilari regole di sicurezza e di ordine pubblico. Se un organizzatore dimostra di essere in grado di garantire tutto questo, nessuna federazione può opporsi all’iniziativa. Non ne ha né il diritto, né gli strumenti legali. Se lo facesse si esporrebbe di fatto a ritorsioni in tribunale da parte dell’organizzatore, il quale sarebbe a tutti gli effetti messo nella comoda posizione di lamentare discriminazioni e abusi. Ecco perché la federazione di ciclismo non ha potuto dire no a questa iniziativa. Per quanto imbarazzante essa fosse. L’unica cosa che ha chiesto, e peraltro ottenuto, è che non venissero esposti simboli di partito. La Lega quindi, che ciò possa fare indignare o meno, aveva il diritto di organizzare la propria corsa e di chiamarla Giro della Padania. Lo stesso varrebbe, alla rovescia, per un eventuale movimento politico meridionale che decidesse di organizzare una contro-iniziativa polemica, dando vita per esempio al “Giro della Terronia”. Ignorare quindi anche il più basilare concetto di “Diritto” è la prima fallanza di tutta la querelle inscenata dalla sinistra più incazzosa. La federazione non è stata “complice”, né tanto meno si possono accusare di complicità i ciclisti. Essi sono dei professionisti, apolitici, i quali ricavano il proprio stipendio dagli ingaggi e dai premi che sono in grado di trovare lungo l’anno. Molti di loro erano per giunta alquanto imbarazzati all’idea di gareggiare sotto l’egida verde della Lega, come pure i loro commenti pre-Giro non erano certo entusiasti, bensì schivi e alquanto dimessi. A ben pochi nel gruppo, ne sono convinto, ha fatto piacere partecipare a una gara che puzzava di buffonata lontano un miglio. Ne capivano benissimo la strumentalizzazione politica, ma sono corridori e se la loro squadra riceve un invito a partecipare a una competizione essi sono tenuti anche per contratto a parteciparvi. Molto sciocco quindi, e strumentale, scaricare su di loro la responsabilità, esclusivamente politica, di dire no alla corsa. I contestatori, pertanto, non avevano di fatto alcun diritto di pretendere dai ciclisti una tale posizione.

Ciclismo e comunismo – Se i contestatori avessero poi un minimo di cultura ciclistica, saprebbero che sono state numerose le corse che in passato hanno visto come organizzatore proprio il Partito Comunista. E non quello all’acqua di rose dell’Italia degli Anni 80, bensì quello protervo e dittatoriale degli anni della Guerra Fredda e del Muro di Berlino. Da ex-ciclista ricordo bene gare a tappe come il Giro di Cuba o la Corsa della Pace. Il primo organizzato per celebrare la grandezza del “Lider Maximo”, al secolo Fidel Castro, e della sua politica antiamericana e filosovietica. La seconda, altrimenti conosciuta come “Berlino-Praga-Varsavia”, altro non era che una auto celebrazione dell’URSS, la quale mentre da una parte organizzava la “Corsa della Pace”, dall’altra stava coi propri carri armati nelle strade di Budapest e di Praga. I ciclisti “comunisti”, come quelli della DDR, dell’URSS, ma anche della Polonia e dei vari Stati satellite sovietici, dominavano quella corsa anche grazie a un doping massiccio e al fatto che erano falsi dilettanti fino ai trent’anni. Facile quindi battere dei ragazzini dilettanti come quelli che componevano la nazionale italiana. C’è quindi da chiedersi perché nessuno ha mai protestato allora con la Federazione ciclistica. Partecipare alla Corsa della Pace, e per giunta in maglia azzurra, voleva dire prestarsi al gioco di propaganda di una dittatura che teneva sotto il proprio giogo numerosi Paesi e sotto minaccia nucleare centinaia di città occidentali. Ma per la Corsa della Pace, o per il Giro di Cuba, nessuno scese mai in piazza con bandiere e fischietti, chiedendo ai ciclisti italiani di non partecipare. Del resto, non sono comparse le bandiere del PCI e della Cgil nemmeno in occasione delle olimpiadi di Mosca del 1980, sebbene l’URSS avesse da poco invaso l’Afghanistan, reo di aver rovesciato il locale governo comunista. Né si sono visti membri dei centri (cosiddetti) “sociali” incatenarsi a pali e guard-rail per le olimpiadi di Pechino del 2008, sebbene la Cina attuale sia il perfetto connubio della dittatura comunista del passato e del capitalismo più aggressivo e spregiudicato del presente. Diritti civili zero, quindi, ma per certe teste se c’è la stella rossa, evidentemente, va tutto bene. Infine, nel mio piccolo, da dilettante, partecipai al “Gran Premio Festival dell’Unità” di Milano, organizzato in coincidenza della grande manifestazione del PCI. Bandiere rosse, falci e martello, canti e inni comunisti ovunque. Noi corridori partecipammo lo stesso, sebbene la gara contribuisse a celebrare l’evento del più grande partito della sinistra. Non ci ponemmo allora problemi: per noi era solo una gara. Nient’altro che questo. Nessuno ci insultò o ci sabotò, né pretese da noi che ci astenessimo dal partecipare in segno di protesta. Con un passato del genere, ricco di strumentalizzazioni propagandistiche politiche, crolla quindi a zero il diritto della sinistra di fare tali sceneggiate per il Giro della Padania, per quanto una buffonata esso possa apparire.

Padania: cos’è? – Uno dei tormentoni più astiosi con cui i contestatori hanno bersagliato l’iniziativa era incentrata sul concetto di Padania. In effetti, con questo nome non esiste alcun luogo geografico che possa essere considerato qualcosa di simile a una nazione. Se invece lo si usa come sinonimo di “Pianura padana” può avere un senso. La Lega stessa viola però questo limite, allargando il concetto di Padania anche a Regioni come la Liguria, la Valle d’Aosta, il Friuli o la Val d’Adige, zone le quali con il fiume Po hanno nulla a che fare. Che senso ha perciò la genesi di questo termine? Fotografato nel presente nessuno. Da un punto di vista temporale dinamico, invece, si possono aprire ampi dibattiti. Se oggi qualcuno organizzasse il Giro della Magna Grecia darebbe vita di fatto a un evento che attraversa territori che non esistono. O meglio, non esistono più. Come per molte altre realtà geopolitiche infatti, la Magna Grecia prima non esisteva, poi nacque e si sviluppò, infine scomparve, fagocitata dagli eventi storici legati all’espansione dell’Impero Romano. Nel XV secolo nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe esistito il Texas, o il Brasile. Né tanto meno si sarebbe potuta ipotizzare la nascita degli Stati Uniti d’America. Oggi gli USA sono invece considerati il moderno Impero Romano, grazie al raggiungimento della leadership mondiale quanto a forze armate ed economia. Un Impero Americano in fase di evidente crisi, ma pur sempre Impero. Ancora, ciò che oggi è la Regione Veneto in passato altro non era che la Repubblica marinara di Venezia. Oggi non esistono più il Granducato di Parma, né lo Stato Pontificio. Questo, prima dell’espansione del cristianesimo, non poteva assolutamente essere predetto poter un giorno esistere. Posticcia anche la realtà sovietica stessa, data da un’accozzaglia di Stati riuniti con la forza dalla Russia sotto lo stesso ombrello. Accozzaglia di Stati puntualmente esplosa in molteplici realtà nazionali diverse non appena l’ombrello sovietico si è chiuso. Idem dicasi per la Jugoslavia. La DDR, o repubblica democratica tedesca, è esistita per meno di mezzo secolo. Nata artificialmente dopo la seconda guerra mondiale, è scomparsa nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. E chi mai avrebbe detto, quasi 3.000 anni fa, che un popolo di pastori nomadi si sarebbe fatto promettere dal proprio Dio una terra, su cui però vivevano già altre genti, e con la forza delle armi avrebbe creato Israele, in barba a ogni diritto altrui di stare su quelle medesime terre?

A fronte di una tale e continua metamorfosi geopolitica mondiale, vagheggiare a una futura “Padania” non è di fatto molto diverso da quanto fatto nel XIX secolo dai padri risorgimentali della Patria, i quali auspicavano un’Italia unita, libera dagli invasori stranieri. Un’Italia nata di fatto con una spedizione militare concepita in realtà per soddisfare unicamente gli interessi sabaudi. Un’Italia che si è (ri)presa Trento e Trieste con una guerra, facendo probabilmente un grosso dispetto alle due città, le quali sotto gli Austriaci starebbero oggi forse molto meglio. Quindi la Padania non esiste oggi. Forse non esisterà mai. Ma forse anche no. Nessuno può saperlo con certezza. Quindi se la Lega vuole organizzare la propria gara a tappe, come pure il proprio concorso di bellezza, personalmente non ci trovo nulla di improponibile. E’ solo una questione di visione dinamica dello spazio e del tempo. Capacità che in troppi cervelli appare purtroppo alquanto limitata. D’altronde, la cultura storica e geopolitica non mostra limiti pesanti solo fra i sostenitori della Lega.

Comunicazione KO – I pescatori del Po, in camicia verde, hanno gettato le proprie esche. I pesci rossi hanno subito abboccato. Il Giro di Padania era una palese provocazione. Uno sberleffo. Aggredirlo con la veemenza usata dai contestatori ha fatto danni soprattutto agli schieramenti di cui quegli stessi contestatori fanno parte. Loro sono stati i cattivi, i corridori e la Lega le vittime. E col vittimismo e i martiri si sono fatte grandi tutte le religioni e le ideologie del mondo. Una corsa di quarto piano è così assurta all’onore della cronaca molto più di quanto meritasse. La visibilità fornita all’evento è stata spropositata, e questo grazie proprio agli oppositori. Questi, hanno quindi fatto un prezioso regalo alla Lega, la quale l’anno prossimo, se non dovessero ripresentarsi spontaneamente, forse manderà loro un invito formale. Furbizia spicciola padana batte quindi ottusità “intellettuale” comunista 3-0. Non è quindi un caso se un movimento zeppo di cialtroni come la Lega ha superato in certe province la soglia del 20% delle preferenze politiche, mentre Rifondazione comunista è riuscita a dividersi tanto al proprio interno da finire trombata alle elezioni, facendosi così sbattere fuori dal Parlamento per mancato raggiungimento della soglia minima. Fossero intelligenti e colti come spesso asseriscono di essere, i “comunisti” avrebbero sfruttato il Giro di Padania a proprio favore, usando la platea offerta dalla Lega per portare messaggi importanti: sul disagio sociale, sul Drago di Arcore, sugli svarioni di Borghezio, sulla manovra nelle tasche dei soliti noti. Il tutto, grazie all’umorismo, alla presa in giro sagace, allo sfottò divertente. Ma avere buone idee è difficile, incatenarsi a un paracarro, insultare, spintonare, danneggiare, sabotare, gettare puntine su di una strada, invece, sono cose che possono essere fatte da chiunque. Per questo i “comunisti” resteranno sempre i soliti quattro gatti arrabbiati e frustrati. Ma la colpa è la loro. Sono loro che si ghettizzano volontariamente nel ruolo dei “cattivi”. E se va bene a loro, “buona camicia a tutti”, come avrebbe detto Maurizio Costanzo ai tempi della nota pubblicità…

Il recente mandato di cattura internazionale per Muhammar Gheddafi ha anche fatto ricordare che ci sono altri “presidenti” nella lista nera che continuano a operare senza disturbo alcuno da parte della comunità internazionale.

Eppur si muove. Il Sudan, un Paese dai confini tirati col righello, dai mille risvolti e dalle stridenti contraddizioni. Uno Stato gravato da embargo congiunto, americano ed europeo, essendo considerato uno tra gli “Stati canaglia” per le sospette connessioni con alcune frange del terrorismo islamico. E ciò nonostante cresce. Il Sudan, una terra che dopo vent’anni di guerra civile, solo dal 2005 ha trovato una relativa pace. Una pace dittatoriale, in effetti, visto che il timone del governo è nelle robuste mani del cosiddetto “Presidente” Al Bashir. Un “Presidente” sul quale grava, come per Gheddafi, un mandato di cattura internazionale. Un “presidente” che infatti in tutto si è impegnato tranne che intervenire perché finisse la tragedia del Darfur, che dal 2003 al 2010 ha visto tribù nomadi e agricoltori contendersi a raffiche di kalashnikov un territorio grande come la Francia. Molto povero infatti il Darfur, ma solo in superficie. Nel proprio sottosuolo ha invece risorse petrolifere e minerarie sufficienti a suscitare gli appetiti internazionali. Appetiti che giustificano a loro volta le cospicue forniture d’armi, inviate ai diversi contendenti in cambio di concessioni estrattive, da esigere poi a guerra finita e morti sepolti. In questo avvilente scenario si sono ovviamente inserite le tanto usuali quanto ammirevoli azioni umanitarie. Nel mucchio si è però purtroppo mischiata anche l’idiozia di qualcuno che ha pensato bene di aiutare quelle popolazioni inviando loro latte in polvere, ignorando che le risorse idriche locali erano per lo più compromesse dal punto di vista sanitario e che quindi quel latte, una volta rigenerato, poteva solo divenire un’arma batteriologica per infanti. Ma anche ponendo da parte il Darfur, definire il Sudan un solo e unico Paese resta comunque utopia, viste le differenze etniche che separano il settentrione sub-sahariano dal meridione, sub-tropicale e con un piede nell’Africa Nera. Differenze che il 9 gennaio hanno portato i Sudanesi alle urne per decidere con un referendum la secessione in due Stati distinti, con tutti i potenziali risvolti bellici che ad essa già stanno seguendo. Eppure, anche in tale scenario apocalittico il Sudan preme per crescere. A dispetto di tutto e di tutti. In barba alle guerre, alle tensioni etniche, all’effetto serra e ai consumi di proteine animali del Primo Mondo. Su di una superficie di due milioni e mezzo di chilometri quadrati operano 40 milioni di abitanti, 11 milioni dei quali nella sola capitale Khartoum. Insieme, producono un Pil di circa 60 miliardi di dollari, pari cioè a meno del tre per cento di quello italiano, ma cresciuto di oltre il 15 per cento nell’ultimo triennio. Di questi 60 miliardi l’agricoltura e la filiera agroalimentare ne rappresentano da sole oltre il 40 per cento. In materia di agricoltura, sono presenti o in via di realizzazione oltre duecento centri per gli studi agricoli. Più di venti sono i centri universitari di agronomia. Infine, sparpagliati sul territorio vi sono circa duecento punti di consulenza agricola. Centri multidisciplinari dove lavorano ricercatori, agronomi, economisti, ingegneri idraulici, entomologi. A dispetto quindi dei molti luoghi comuni che appesantiscono l’immagine dell’agricoltura africana, esiste in Sudan la capacità di fornire supporto tecnico alle aziende agricole, come pure l’esperienza per delineare piani di fattibilità e per l’esecuzione e messa in opera di progetti d’investimento. Fotografando il settore primario alla data di oggi, fra le colture più diffuse spicca il sorgo da granella, con sei milioni di ettari. Seguono poi due milioni di ettari di cotone e due milioni e 700 mila ettari di girasole. Infine le colture orticole, la canna da zucchero e il sesamo, ciascuna con oltre cento mila ettari coltivati. Del sesamo, curiosità fra le tante, il Sudan è il primo produttore mondiale. L’obiettivo dichiarato dal governo è quello di quintuplicare le superfici agricole mettendo a coltura fino a 70 milioni di ettari. Per fare ciò sarà però necessario creare infrastrutture capillari, reti viarie, energetiche e di comunicazione. Come pure sarà fondamentale gestire meglio le risorse idriche offerte dal Nilo Bianco e dal Nilo Azzurro. Due fiumi che messi insieme apportano alle pianure fino a punte superiori a otto mila metri cubi al secondo, di cui una parte al momento si disperde ed evapora nelle vaste aree paludose nel sud del Paese. In questo scenario dalle potenzialità evolutive inimmaginabili, appare ovviamente gradita anche la cooperazione di consulenti esteri. Specialmente privati. Questo perché il Sudan, più che nella solidarietà consegnata in sacchi di juta, crede nello sviluppo economico su base imprenditoriale.  L’embargo è quindi di fatto solo una facciata. In primis non è rispettato da tutti i Paesi del Globo, quindi beni materiali e aziende possono arrivare in Sudan e fare affari, come per esempio accade con quelle cinesi. Anche per i Paesi occidentali che ufficialmente aderiscono all’embargo c’è comunque la possibilità di operare in Sudan attraverso un sistema di triangolazioni commerciali con Paesi “neutri”, come per esempio l’Egitto, il quale fa in pratica da scalo tecnico per le merci destinate in realtà a varcare il confine sudanese. La rigorosa e algida Svizzera fa ovviamente e come al solito da banca, incurante del puzzo di disastro umanitario che hanno quei soldi.  E’ infatti soprattutto nella patria dell’Emmenthal che alla fine ingrassano i conti correnti delle aziende che riescono a fare business in barba a tutto e a tutti. Un Paese dove è reato grave buttar per terra la cartina di una caramella, ma dove è assolutamente lecito moralmente trafficare in ricchezza, indipendentemente dalla sua origine. Perché è così che si muove “l’uomo bianco”, specialmente quello fasciato da vestiti su misura e che si muove su auto di lusso: da un lato disprezza e condanna, dall’altro commercia e arricchisce. E nessuno emetterà mai un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’Umanità a carico di banchieri e faccendieri finanziari. Né elvetici, né occidentali in genere.

Senza vergogna

Riccardo Riccò, a rischio radiazione dalla Federazione ciclistica per un’autotrasfusione che adesso nega di essersi somministrato, torna all’attacco. Ora è il medico che lo ha salvato a doversi difendere

Da ciclista e da giornalista ho letto le dichiarazioni rilasciate alla Gazzetta da Riccardo Riccò e dal suo avvocato Fiorenzo Alessi. Di certo con irritazione. Sicuramente non con sorpresa. La maschera di ragazzo redento e maturato sfoggiata nell’ultimo anno non mi aveva infatti mai convinto.
Che nel ciclismo pudore e vergogna fossero da tempo agonizzanti non è un segreto, ma con le ultime da Modena si è trascritta l’ora del decesso della pubblica e sportiva decenza. A Modena c’è infatti un medico che tempo fa salvò la vita a un giovane sportivo, reo confesso nel momento della paura di essersi auto trasfuso del sangue mal conservato. Un medico il quale, per ciò che ha riferito alle autorità, ora sente uscire dalla bocca di quello stesso ragazzo sfacciate intimidazioni nei suoi confronti. Perché a Modena, purtroppo, c’è anche un ragazzino arrogante e privo di senso del limite che a quel medico, invece di ringraziarlo per essere ancora al Mondo, promette conseguenze legali per la sua testimonianza “imprudente”. Ha voglia di correre, il ragazzo. Cerca sponsor. Ha un avvocato accorto e preparato, pure. Improvvisamente infatti, il ragazzo non ricorda più nulla di quel momento. Non ricorda neppure di aver confessato a quel medico l’auto trasfusione. Chissà quindi come lo “smemorato di Sassuolo” possa negare quelle imbarazzanti ammissioni, se nemmeno lui sa cosa ha detto e cosa non ha detto in ospedale. Dove non arriva lui, arriva il suo l’avvocato. Questi arremba il caso con argomentazioni che lo stesso Petrucci, presidente del CONI, ha definito “considerazioni insensate “. Con quali termini si può infatti giudicare un uomo che confonde sapientemente la libera scelta di assumere sostanze dopanti con il diritto di rinunciare alle cure mediche? E’ vero, nessuno ha il dovere di curarsi. Ma doparsi non è “non curarsi”, è alterare il proprio motore per battere atleti che quello stesso motore non hanno truccato. O l’hanno truccato meno. Come qualificare inoltre un uomo che tira in ballo perfino i tossicodipendenti, e la loro non perseguibilità giuridica in quanto tali, per chiedere a gran voce la revisione della legge del 2000 sui risvolti penali del doping? Questo scaltro soggetto usa una (il)logica subdola e fumosa: se un tossicodipendente non è punito per l’abuso di droghe, perché punire un atleta per uso di farmaci? L’avvocato “dimentica” che le sanzioni per il tossicodipendente non scattano solo finché le conseguenze dell’uso di droghe sono circoscritte alla sua persona. Quando egli si pone invece in contatto col Mondo, magari creando disordini oppure mettendosi alla guida in stato alterato, la legge prevede sanzioni anche pesanti. Se Riccò ama quindi l’ebbrezza di volare come il vento, e per questo usasse Epo e ormoni vari, liberissimo di farlo, ma solo a patto che poi sfoghi le proprie ambizioni prestazionali andando a pedalare sugli Appennini per i fatti suoi, senza numeri sulla schiena. Quando ci si affilia invece a una federazione ci si impegna a rispettarne le regole. Se si sgarra si deve quindi accettare di pagare, avendo magari anche il pudore di non tentare di dribblare le proprie responsabilità ricorrendo a spregiudicate scaltrezze legali. Oppure cercando addirittura di cambiare le regole stesse. Certo, mi rendo conto che nell’attuale contesto politico e sociale un richiamo al rispetto delle regole possa apparire ingenuo, ma io continuo a credere che la giustizia morale, prima ancora di quella legale, debba restare al di sopra delle spicciole contingenze “ad personam” di qualsivoglia natura.
Ora c’è solo da sperare che il medico abbia le spalle coperte e possa difendersi (lui!) dalle azioni legali ventilate da Riccò. Resta poi anche da augurarsi che i tribunali sportivi e ordinari riescano a fare giustizia per come Riccò merita. In subordine, si può infine sperare che nessuno sponsor sia così mentecatto da voler davvero affiancare il proprio marchio a un tale personaggio, lasciandolo così solo con le sue ambizioni e fantasie, sputando magari su Facebook inutili veleni e contumelie contro giudici, dottori e giornalisti. E magari dopandosi pure quanto vuole, per volare in salita sui suoi amati Appennini. Ma da cicloturista.

Paola Maugeri condivide su “La 7″ la propria visione del Mondo e le mosse necessarie per salvare il Pianeta da effetto serra, buco nell’ozono, fame e siccità. Visione illuminata o semplice visionaria?

E’ stata inclusa nella lista dei trentenni le cui idee avrebbero cambiato il Mondo. E’ considerata una brillante intellettuale e una donna di profonda cultura. Una vera mente, insomma. Poi apre bocca e piano piano i dubbi dilagano. Alla trasmissione “G’ Day”, condotta da Geppi Cucciari, dapprima la Maugeri invoglia alla simpatia, sostenendo la necessità di riciclare il più possibile i rifiuti, come pure di usare un maglione invece di alzare i riscaldamenti per poi camminare per casa in braghette. Un attimo dopo, però, gela chiunque abbia a cuore l’igiene personale affermando di concedersi una sola doccia al mese. Per risparmiare l’acqua, dice lei. Poi si esalta per la notizia secondo la quale Bill Gates avrebbe offerto fondi per chi mettesse a punto un water che lavora “a secco”, senz’acqua. Ascoltando tali facezie, verrebbe il sospetto di pensare che i veri problemi ambientali del mondo siano causati dalle diaree. A detta della Maugeri infatti, se ne andrebbero ben 40 litri di acqua ogni volta che andiamo in bagno e tiriamo lo sciacquone. Infine, e come al solito, la simpatica eco(il)logista condanna il consumo di carne, perché gli allevamenti, sempre secondo lei, sarebbero responsabili del 70% del buco nell’ozono. Andiamo per ordine.

Che sprecare riscaldamenti per trasformare il proprio appartamento in un’isola tropicale sia cosa scellerata è indiscutibilmente vero. Come pure è vero che riciclare i rifiuti sia l’unico modo per ridurli davvero. Entrambi sono principi condivisibili in termini assoluti. Illudere però i telespettatori che ridurre le docce a una sola al mese sia il punto strategico per risparmiare la risorsa idrica è invece un volo pindarico che per giunta lascia una scia di odorose perplessità. Specialmente pensando che dove vive la Maugeri l’acqua non è contingentata, perché in Europa centro settentrionale ne abbiamo in abbondanza. Dove invece l’acqua è una rarità, quella di non farsi le docce o di non tirare lo sciacquone sono problemi che alle popolazione locali non sfiorano nemmeno la mente, visto che lo sciacquone manco ce l’hanno e i loro problemi sono trovare acqua da bere o, al massimo, per dissetare la capra di famiglia. Quella che, per esempio, dovessimo risparmiare qui a Milano, azzerando la nostra igiene personale, non se ne volerebbe nel Darfur, bensì resterebbe lì dov’è: in un invaso, negli acquedotti, nelle falde. Utilizzare (saggiamente) l’acqua dove abbonda, detta in altri termini, non ne impatta il bilancio mondiale complessivo. Diradare drasticamente le proprie docce  è quindi un sacrificio del tutto inutile e per giunta fuorviante. E comunque, la Maugeri ammette poi di lavarsi “a pezzi”, come in campeggio. Immagino infatti che a un bidé, o a una lavata a piedi, ascelle, denti e capelli, nemmeno lei ci possa rinunciare. Qual è quindi il reale risparmio d’acqua? Aprire il rubinetto cinque volte al giorno per un minuto anziché una volta sola per cinque, è un risparmio reale o solo illusorio? Circa poi i 40 litri per tirata dello sciacquone si può aprire un pruriginoso dibattito. Non ho idea di quanto tempo la Maugeri tenga aperta l’acqua mentre si libera delle proprie scorie liquide e solide. Io personalmente la mia l’ho misurata, e ai 40 litri non ci sono arrivato nemmeno alla fine di un giorno intero. A questo punto come valutare, dopo queste bizzarre prove di distacco dalla realtà, quel 70% di danno allo strato di ozono attribuito agli allevamenti?

Periodicamente vengono citati studi che attribuiscono alla zootecnia percentuali micidiali di danno ambientale. C’è l’effetto serra? E’ colpa delle scoregge di vacche e maiali. C’è il buco nell’ozono? Porcelli e bovini lo ampliano più di qualsiasi altra attività industriale o sociale umana. I milioni di automobili circolanti, e gli altri milioni di tonnellate di combustibili fossili utilizzati per le attività umane, in confronto sarebbero una giacchettata. Questo perché i calcoli sono spesso volutamente fuorvianti. Se infatti si stimano prima le emissioni a km2 di una Provincia a zootecnia intensiva come Cremona e poi si estende quel dato all’intera superficie mondiale, vengono fuori valori che fanno impallidire tutte le emissioni di un secolo di rivoluzione industriale. Un po’ come quando Legambiente, col suo rapporto “I pesticidi nel piatto”, faceva credere alla gente che nei piatti degli Italiani finivano ben 2,5 kg di residui chimici all’anno. Poi, qualcuno che i numeri li conosce davvero scoprì che i 2,5 kg erano in realtà i quantitativi pro capite venduti dalle agrofarmacie e dai consorzi agrari. Il valore reale, calcolato in base alle analisi residui su frutta e verdura, portava invece a un dato compreso far i 100 e i 200 milligrammi all’anno. Una distanza siderale rispetto ai valori diffusi dagli ambientalisti giallo-verdi. Quindi, pare proprio che le stime stratosferiche sui danni delle emissioni della zootecnia siano figlie di una sapiente cultura dell’informazione volutamente deviante, atta a fomentare paure e avversioni nell’opinione pubblica più che a indagare il fenomeno per ciò che in realtà è. Una disinformazione che alimenta cioè il sospetto di essere calcolata a tavolino, magari per attirare anche tesseramenti alle associazioni e voti alle elezioni. Perché di soggetti veramente senza interessi da difendere su questo Pianeta proprio non ce n’è. Tornando  alla zootecnia, si dimentica peraltro che il carbonio emesso dagli animali in forma di metano e CO2 non è stato in realtà estratto da pozzi petroliferi, bensì da foraggi vegetali che a loro volta quel carbonio lo hanno estratto guarda caso dall’atmosfera, agendo positivamente quindi proprio sull’effetto serra. Pertanto, le emissioni che escono dagli allevamenti suinicoli o bovini sono composte dal medesimo carbonio che vi è entrato sotto forma di foraggi. Infine, come per tutte le altre attività umane, anche dagli allevamenti vengono consumate energie: serve corrente, servono carburanti per i trattori. Questi hanno si un impatto concreto, ma di gran lunga inferiore alle esigenze di un comparto come quello industriale o agli usi voluttuari perpetrati nelle grandi città. Negli ultimi anni inoltre, con fotovoltaico e impianti di biogas, gli allevamenti si stanno rendendo autonomi per l’energia e abbattono già in azienda gli inquinanti prima di reimmetterli nell’ambiente sotto forma di concimi. In altre parole, presto gli allevamenti saranno a emissioni zero. Addirittura potrebbero divenire fornitori di energia pulita, utilizzabile poi dalla “sprecona” comunità urbana. Il 70% citato dalla Maugeri è perciò palesemente fuori da ogni logica e buon senso. Pertanto, al fine di farla tornare coi piedi per terra, che la Maugeri se la faccia pure una doccia. Ma bella fredda…

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